Articoli

IL COVID 19 E L’INFERNO DI CRISTALLO

5' di lettura

L’epidemia da Coronavirus che sta colpendo l’Italia (per ora in particolare le regioni del nord) sta mettendo in ginocchio il Paese, sia per la crisi economica (crisi che era già in corso ma che ora subisce una rapida accelerazione), sia per le paure recondite di un nemico invisibile e incomprensibile, timori che si ripresentano periodicamente, evocate anche dalla letteratura e dalla storia, come dimostrano le citazioni sempre più diffuse, del Manzoni, del Boccaccio, dell’influenza Spagnola.

Sebbene non sia ancora chiara la portata del pericolo sanitario, già si contano i morti a centinaia, in una fase ancora esponenziale del contagio e nell’incertezza di sapere se le misure di contenimento effettuate, che pure hanno dimostrato molte falle, daranno i risultati sperati.

Rispetto a tali misure va detto che non vi sono misure eccessive nell’interesse della salute delle persone, pertanto molte polemiche strumentalmente mosse da partiti populisti, ad esempio sulla chiusura delle scuole, sono volgari e ciniche.

Oggi siamo vicini e solidali a tutte le persone che vivono momenti di dolore e disperazione e che lottano per la propria salute e per quella dei propri cari.

La drammaticità della situazione fornisce comunque spunti emblematici che dobbiamo analizzare:

1) IL DIVIETO DI SCIOPERO

Ancora una volta le istituzioni non hanno perso occasione per accanirsi contro il diritto di sciopero, tendenza perpetrata da decenni dai Governi che si sono alternati al potere, infatti la legge antisciopero, una delle più restrittive d’Europa, risale al 1990; nei successivi 30 anni si sono succedute svariate interpretazioni e modifiche peggiorative, recentemente la Commissione di garanzia ha emanato una caterva di precettazioni con ogni minima scusante, fosse anche la pioggia. Lo stesso è accaduto stavolta in occasione dello sciopero generale e internazionale del 8 e 9 Marzo contro il maschilismo e le oppressioni di genere che, in risposta all’appello di Non Una di Meno, molti sindacati di base (Cub, Usb, Usi, Usi Cit, Slai Cobas) avevano proclamato molti mesi prima; sciopero vietato dalla Commissione con minacce di sanzioni a sindacati e lavoratori in caso di mancata ottemperanza, con il placet dei sindacati confederali che tanto si erano guardati bene dal proclamare sciopero.

Peraltro la precettazione non trova alcuna giustificazione in settori come ad esempio i trasporti, dove invece un blocco della circolazione avrebbe solo agevolato il contenimento della infezione; oppure nel settore scuola, dove parte del personale (il personale tecnico amministrativo e i collaboratori scolastici) è comunque costretto nella maggioranza delle città (zona rossa a parte) ad andare a lavorare (lo stesso vale per il personale delle scuole gestite dagli Enti locali): perché mai questi lavoratori devono essere privati del diritto di scioperare? Per non parlare di fabbriche e imprese: ma come, il virus è pericoloso e si diffonde tra i manifestanti in sciopero nelle piazze e non nei luoghi di lavoro?

Al contempo va rilevata la attuale debolezza del sindacalismo conflittuale che dimostra di non avere ancora armi efficaci contro questi soprusi liberticidi, né per vie legali, troppo costose, né nella possibilità di sfidare la precettazione che necessiterebbe di un consenso e di una partecipazione che purtroppo sono ancora tutta da costruire.

2) IL CONTROLLO DELL’INFORMAZIONE

Dopo i primi giorni in cui le notizie sono circolate liberamente, appena si sono presentati i primi danni economici, il governo ha avocato a sé la centralizzazione delle informazioni.

Di fatto ci fanno sapere quello che vogliono e solo quando vogliono (una volta al giorno con bollettino ufficiale), una cortina molto più efficace di quella fisica fatta per le zone rosse da cui sfuggono pochissime informazioni e a cui tutta la stampa si è adeguata, persino agevolando con cinica empietà la stigmatizzazione dei decessi degli over 65 come fisiologi e accettabili.

La questione non è se sia giusto o no centralizzare le notizie in una emergenza ma semmai rilevare quanto sia perentorio il controllo che il sistema borghese può fare della informazione, a dimostrazione della necessità di costruire sistemi alternativi e non allineati di circolazione delle comunicazioni, lavoro nel quale è finalizzata una parte importante del nostro impegno.

3) I TAGLI AL SISTEMA SANITARIO VENGONO AL PETTINE

Da anni, anche nel nostro impegno nel sindacalismo conflittuale, denunciamo la drammaticità dei tagli al sistema sanitario nazionale e la parallela agevolazione della sanità privata sia a livello di servizi ambulatoriali e territoriali, sia a livello di servizi ospedialeri.

Da decenni infatti assistiamo a una emorragia di fondi per la sanità pubblica, dirottati ultimamente anche attraverso l’odioso sistema del welfare aziendale, decenni di tagli al personale sia medico che infermieristico; oggi questi tagli si sono dimostrati in una grave carenza di operatività nella gestione della emergenza, carenza evidenziata da molti primari e operatori sanitari impegnati in prima linea contro il Covid 19, tanto da dover reclutare in corsia personale sanitario già pensionato e specializzando e comunque costringendo il personale ospedaliero a guardie interminabili per cui non sono neanche certe le coperture finanziarie per il lavoro straordinario; per non parlare dei posti letto tagliati a migliaia negli ultimi 10 anni e oggi evidentemente insufficienti.

Parallelamente il supporto dato dalla sanità privata nella gestione della emergenza è stato tanto esiguo quanto irrilevante.

Tante anche le falle nei protocolli tecnici operativi, infatti molte infezioni sono esplose proprio all’interno dei nosocomi (emblematico il caso di Codogno) e tantissimi sono gli operatori sanitari infettati, non a caso ancora si susseguono le richieste di materiale per proteggere i lavoratori in prima linea.

Quello che era considerato uno dei migliori servizi sanitari del mondo è stato ridotto allo spettro di se stesso dal cinismo della borghesia al potere.

Con questa consapevolezza e con una coscienza diffusa oggi assai più forte, è necessario riprendere la battaglia politica e sindacale per la difesa del servizio sanitario pubblico e con essa la lotta contro la privatizzazione dei servizi pubblici essenziali che umilia e calpesta diritti e tutele di donne e uomini nel nostro paese.

4) IL CAPITALISMO: UN GIGANTE DAI PIEDI D’ARGILLA

In maniera quasi inaspettata per la sua platealità il sistema economico capitalista (in tutte le sue varianti, quella neoliberista in primis) ha dimostrato in questa crisi una fragilità parossistica. Dopo anni di arrogante sbandierata “padronanza” delle dinamiche sistemiche, è bastato un evento inaspettato e violento per mettere in crisi tutte le sicurezze e le certezze delle classi dominanti come dei loro economisti.

In pochi giorni è apparso manifesto che il capitalismo moderno si fonda su un vortice circolare, indispensabilmente continuo, di liquidità e debito, per cui se uno dei due fattori entra in crisi si blocca anche il secondo, senza nessuna mano invisibile che intervenga a salvarlo. Nella crisi finanziaria del 2007 fu il debito a innescare la crisi, in questa emergenza è invece la mancanza di liquidità, dovuta al blocco, diretto e indiretto, di molte attività economiche a creare il paradigma.

Non c’è da essere lieti perché purtroppo sarà la classe operaia a pagare il costo dell’abominio capitalista, con milioni di lavoratori che vedono lo stipendio dei prossimi mesi a rischio.

I miliardi messi in campo dal governo come sostegno economico saranno, come vuole il modello, rivolti dall’alto verso il basso e andranno come sempre in buona parte a beneficio delle imprese, mentre come benefici diretti per le famiglie coinvolte rimarranno solo le briciole.

Altro punto da chiedersi è dove verranno presi i miliardi promessi. Possiamo facilmente prevedere che non vedremo, con questi governi borghesi, nessuna tassa sui profitti o sui grandi patrimoni, neanche in situazione di emergenza. Pertanto ci aspettiamo nuove tasse sui lavoratori e sui poveri (ancora aumenti dell’iva?), nuovi tagli di servizi, per ritrovarci in emergenze sempre maggiori, con un debito pubblico sempre più alto che comunque ricadrà sulla testa dei cittadini proletarie e dei lavoratori.

Peraltro è giusto sottolineare che i padroni, in decenni di arricchimento e accumulo di patrimoni, non hanno mai socializzato i guadagni, mentre si chiede alle masse popolari di socializzare le perdite.

La situazione emergenziale ha dimostrato in maniera massificata e inconfutabile i limiti enormi e i rischi gravi del sistema capitalista, che si aggiungono allo sfruttamento totale e generalizzato su persone e risorse che le lotte per il lavoro – ma anche per la difesa dei diritti fondamentali, come la casa, la salute e l’ambiente – stanno evidenziando in maniera sempre più chiara.

Ma se anche la lotta di classe in queste settimane risulta inevitabilmente rallentata, siamo sicuri che riprenderà presto. La ripresa della lotta di classe e la conseguente diffusione di una coscienza di classe spargeranno il seme del cambiamento radicale del sistema economico sociale. Per un futuro non solo più civile e dignitoso, ma anche più sano e sicuro.


LEGGI ANCHE L’INTERVISTA A MARIO AVOSSA
chirurgo, compagno della Cub Sanità e del FLNA