Interviste

L'”accelerazione” pandemica: la scuola “vecchia” è malata, la nuova deve nascere migliore e più giusta

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Il 5 marzo il sindacato Cub Scuola Università e Ricerca (Cub Sur), insieme con l’associazione Scuola e Società, ha organizzato un convegno internazionale online dal titolo “La scuola in pandemia”. Vi hanno partecipato, come ospiti, anche esponenti di sindacati stranieri, in particolare Nara Cladera di Solidaires (Francia), Flavia Bischain della Csp Conlutas (Brasile) e Bee Hughes del University and Colleges Union (Inghilterra). Di questo e altro abbiamo parlato, in un’intervista, con Giovanna Lo Presti, portavoce della Cub Sur e coordinatrice di Scuola e Società.

Giovanna, da cosa nasce l’esigenza di un confronto con insegnanti attivisti sindacali di altri Paesi?

   In questo momento in cui si parla continuamente di scuola e vasti settori dell’opinione pubblica sono convinti ci sia stata una “eccezione italiana” – e cioè che negli altri Paesi le scuole abbiano funzionato regolarmente mentre in Italia le chiusure e il ricorso alla didattica a distanza sono state frequenti – è bene sentire dalla viva voce dei lavoratori come è andata nel loro Paese.  In particolare la testimonianza portata dai docenti spagnoli, francesi, portoghesi, inglesi ci aiuta a comprendere cosa sia cambiato (o non sia cambiato) nella scuola durante la pandemia, se i singoli Stati abbiano mantenuto o meno le scuole aperte e per quali periodi, se siano state intraprese azioni di protesta e come siano state orientate. Ed infine, quali siano le prospettive per il futuro prossimo, in che modo ci si possa muovere anche a livello internazionale per fare della crisi pandemica un momento di passaggio verso una scuola migliore. La prospettiva internazionale appare, sempre di più, una prospettiva obbligata; è però necessario partire dalla conoscenza delle situazioni locali.

Nel tuo intervento, in relazione al tema scuola, hai constatato una “rimozione dello stato di fatto” e una “parallela rimozione del contesto pandemico”. Ci puoi spiegare questo concetto?

   Si tratta soltanto di un’osservazione. Il punto di partenza è stato il constatare che molte persone credono che in Italia le scuole siano sempre state chiuse. In realtà soltanto nella primavera del 2020 gli istituti scolastici rimasero tutti chiusi, ma non cessò l’attività didattica che – nel bene e nel male o, più propriamente, come si poteva – fu condotta a distanza, con grande sforzo di docenti e studenti.  Da metà settembre 2020 le scuole dell’infanzia e primarie e la prima e seconda classe delle scuole medie sono rimaste aperte ininterrottamente; le sedi scolastiche “che compongono le istituzioni sono 40.658, il 69% delle quali è dedicato all’istruzione primaria e dell’infanzia[1]. Quindi,il 69% delle sedi scolastiche è rimasto aperto. Le secondarie di secondo grado hanno chiuso il 26 ottobre (e non in modo uniforme) per poi riaprire inopinatamente (con contagi in salita) dopo le vacanze natalizie. In conclusione chi protesta per l’apertura delle scuole ignora uno stato di fatto: da settembre 2020 le scuole sono rimaste in gran parte aperte. La “parallela rimozione del contesto pandemico” sta ad indicare che tutti i gruppi che protestano e vogliono l’immediata apertura delle scuole dimenticano che in questo momento c’è una pandemia, che rende le scuole luoghi insicuri. Lo dimostrano i pochissimi studi seri sull’argomento[2], studi basati su dati raccolti a fatica, mentre tra i primi obiettivi che il Ministero doveva perseguire c’ era quello di una scrupolosa raccolta dei dati dei contagi nelle scuole. In conclusione, le “rimozioni” di cui parlo sono da intendersi in senso freudiano: si rimuove quel contenuto che disturba troppo la nostra coscienza.

Hai anche sostenuto la tesi che l’apertura a tutti i costi delle scuole sia “fortemente segnata dall’ideologia” e risponda a una “forte pressione sociale ed economica”. Che cosa intendi?

   Che in Italia ed in Europa ci sia una emergenza educativa è un dato di fatto: non starei a dimostrarlo in questa sede. In particolare in Italia le scuole non sono certo luoghi idilliaci, in cui si socializza e si impara, come i fautori della “priorità alla scuola” vogliono far intendere. I crolli nervosi di bambini ed adolescenti tenuti lontani dalle aule scolastiche sono da ricercarsi piuttosto in una diffusa fragilità (emotiva, cognitiva, relazionale) delle giovani generazioni, fenomeno che, purtroppo, precede il Covid. Prima della pandemia sentivamo ogni giorno parlare di disagio scolastico, di bullismo, di cyberbullismo, di adolescenti in fuga dalla realtà e persi davanti allo schermo di un computer. Sapevamo che gli studenti italiani non sono in grado di leggere e scrivere correntemente e correttamente e che il dato è in stretta relazione con l’estrazione sociale (più si scende nella scala sociale e peggiori sono, in genere, i risultati scolastici); sapevamo che la nostra diventava ogni giorno di più una scuola di classe ed una scuola buona per pochi e pessima per molti.  Adesso, privati della scuola in presenza per una ragione oggettiva (la pandemia) sembra che ai ragazzi venga negato il futuro. Quel che è peggio, questa affermazione, per me scandalosa, viene fatta da adulti e da genitori. Mossi non certo dalla voglia di imparare alcuni ragazzi hanno giocato la loro carta da protagonisti, mettendosi platealmente con i banchi davanti alle scuole chiuse. A loro e agli adulti che li sostengono c’è da dire soltanto una cosa: rimettete i vostri ragionamenti sui piedi, non ragionate in modo capovolto. C’è una epidemia, la scuola è un luogo in cui un gruppo numeroso soggiorna in un locale per un tempo lungo; non è necessario essere un epidemiologo per capire che la scuola è un luogo d’elezione per il contagio. La “forte pressione sociale” favorevole alla riapertura delle scuole deriva dal fatto che i genitori devono andare a lavorare e non sanno come accudire ai loro figli; emuli dei ristoratori, invece di chiedere permessi retribuiti per poter stare a casa ad accudire ai figli chiedono di riaprire le scuole e risolvere così il problema. Le ragioni dell’economia (produrre, produrre, produrre) non vengono scavalcate neppure dal rischio di contrarre una malattia potenzialmente mortale.

 Ci ha colpiti il tuo riferimento a Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Agnelli: lo abbiamo trovato indubbiamente significativo. Puoi spiegare ai nostri lettori chi è questo personaggio e che tesi ha sostenuto

    La Fondazione Agnellli si autodefinisce così: È un istituto indipendente di ricerca nelle scienze sociali, senza scopo di lucro. È nata nel 1966 a Torino, dove ha la sede, per volontà dell’Avvocato Agnelli […] Dal 2008 la Fondazione ha concentrato attività e risorse sull’education (scuola, università, apprendimento permanente), come fattore decisivo per il progresso economico e l’innovazione, per la coesione sociale, per la valorizzazione degli individui.  Quindi, l’education (sic) è fattore decisivo in primo luogo per l’economia Tutto, anche l’istruzione, dev’essere funzionale al profitto. Questa volta Gavosto, Presidente della Fondazione Agnelli, ha superato se stesso: ha fatto i conti, in moneta spicciola, di quanto ogni singolo studente perderà IN REDDITO per i giorni di chiusura delle scuole. Devo riportare la citazione, che invito a leggere (altrimenti non ci si crede!) “Le prove Invalsi di primavera sono state infatti cancellate: la pandemia è stata una scusa per eliminare un passaggio scolastico particolarmente inviso a molti insegnanti e a una parte della politica […] Con la stessa metodologia della Banca mondiale, insieme a Barbara Romano abbiamo calcolato che i mesi di assenza da scuola possono costare lungo l’arco della vita lavorativa fino a 21 mila euro per studente…”.  E i calcoli di Gavosto non si fermano qui: “…Seguendo le ipotesi di George Psacharopoulos, Harry Patrinos, Victoria Collis ed Emiliana Vegas, (segnatevi i nomi! n.d.r.) possiamo stimare un minor rendimento annuo del capitale umano pari a 879 euro (ovvero il 3,5 per cento di un salario medio annuo, che è pari a 25.110 euro). Ipotizzando una vita lavorativa di 40 anni e applicando un tasso di sconto del 3 per cento, si ottiene un valore attuale dei mancati guadagni di 21.197 euro (84 per cento di un salario medio annuo).  […] una volta esteso a 8,4 milioni di studenti italiani, la cifra diventa approssimativamente di 178 miliardi di euro, ovvero circa il 10 per cento del Pil 2019”. [3]  Non val la pena, credo, di commentare.

Nella parte finale del tuo intervento hai anche fatto riferimento all’emergenza educativa in cui versa la scuola italiana. Cioè?

   Questo è un fatto che sta sotto gli occhi di tutti: la scuola italiana, come peraltro la scuola di altri Paesi europei, ha perso la bussola. La funzione tradizionale di trasmettere il sapere zoppica assai: un rapporto OCSE pubblicato alla fine del 2019 metteva in rilievo che soltanto un quindicenne italiano su quattro capisce ciò che legge. Di fronte ad un testo complesso uno studente su 20 riesce a distinguere tra fatti ed opinioni. Parlo della lettura perché è un’abilità fondamentale per lo studio. Travagliata da quattro riforme in vent’anni, oppressa da una “didattica di Stato” che punta alle “competenze” e non alla formazione dell’individuo, classista (la scelta della scuola superiore è determinata dalla famiglia di origine, la situazione dei licei è decisamente migliore di quella dei professionali etc.), afflitta dal male endemico del precariato, finanziata dallo Stato con avarizia, la scuola italiana barcolla. Il personale non ne può più: oggettivamente sottopagato, spesso costretto a lasciare la propria terra d’origine per lavorare, si trova talvolta, soprattutto nelle scuole che avrebbero più bisogno di sostegno, a dover compiere un’azione di “supplenza” sociale senza avere i mezzi per farlo. La scuola è ben lungi dall’essere quello che dovrebbe, cioè un luogo in cui si appianano le differenze socio-economiche, u luogo in cui chi ha di meno riesce ad avere di più e a portarsi alla pari con i compagni più fortunati. La crisi non è nata oggi: ha cominciato a manifestarsi nel momento in cui l’idea di eguaglianza di fatto, appena apparsa all’orizzonte, è stata sommersa dall’onda lunga del neoliberismo, del pensiero “meritocratico”, dall’esaltazione dell’“eccellenza”. I passi decisivi sono stati fatti l’uno dopo l’altro a partire dai primi anni Novanta, ma già negli anni Ottanta la tendenza era visibile: a partire da allora la scuola italiana ha avuto progressivamente meno risorse ed è diventata un recinto di contenimento per le giovani generazioni, cosa che il Covid ha messo in luce in modo netto. Oggi come oggi dobbiamo difendere la scuola dall’asservimento alle logiche del profitto, dall’illusione tecnocratica, dalla vuotezza della “didattica di Stato”.  Altrimenti la crisi educativa si farà dilaniante. Un ragazzo che non comprende ciò che legge, che non sa distinguere tra fatti e opinioni è destinato a diventare un suddito docile e manovrabile, a meno che non appartenga, per nascita, alla “razza padrona”.

Infine, spiegaci il senso del vostro slogan: “Facciamo di ogni scuola un cantiere”.

   So di aver dipinto il quadro a tinte molto fosche, ma proviamo ad aprirci alla speranza di un miglioramento. “Fare di ogni scuola un cantiere” è un’esortazione a far sì che la chiusura delle aule non sia del tutto inutile. Il rapporto di Legambiente ci ricorda ogni anno l’insufficienza del nostro patrimonio edilizio scolastico: a settembre 2020 il 29,1% degli edifici scolastici necessitava di manutenzione urgente, il 58,9% non aveva l’agibilità e solo il 6,4% sono in classe energetica A, soltanto il 13,9%, era dotato del servizio pre e post scuola.  Il  nostro slogan è “Fare di ogni scuola un cantiere” sia in senso proprio, perché le scuole siano finalmente adeguate alla loro importante funzione sia  in senso figurato – e cioè affinché le scuole divengano un luogo in cui il dibattito tra le generazioni sia vitale e vivace, lontano da quella visione utilitaristica e burocratica del sapere che, purtroppo, ha dominato gli ultimi decenni; un luogo, insomma, in cui avviare alla conoscenza delle tante cose buone e belle che le generazioni precedenti hanno lasciato in eredità a tutti e non soltanto ai figli delle classi abbienti. La scuola dovrà diventare il luogo in cui questa importante redistribuzione – importante quanto la redistribuzione della ricchezza sociale – potrà avvenire; soltanto a queste condizioni possiamo pensare, di nuovo, ad un cammino volto verso l’emancipazione delle masse popolari.

Il nostro sindacato ha sempre avuto attenzione sia per le condizioni materiali in cui  operano i lavoratori della scuola sia per i processi che hanno, nell’ultimo quarto di secolo secolo, deformato la scuola italiana.  Stipendi vergognosamente bassi hanno screditato socialmente i lavoratori della scuola; in particolare, i docenti hanno dovuto sopportare il peso di una crisi educativa che ha origine fuori dalla scuola. La crescente burocratizzazione del lavoro, l’uso fideistico delle “nuove tecnologie”, l’asservimento della scuola al mondo del lavoro, i continui discorsi, falsi e bugiardi, che attribuiscono alla mancata formazione la disoccupazione giovanile nel nostro Paese sono soltanto alcuni aspetti che denunciano il profondo malessere della scuola e della società italiana. C’è una sola via d’uscita: i lavoratori della scuola devono muoversi ed uscire dal letargo di questi anni e recuperare lucidità intellettuale. Altrimenti, si sa già come andrà a finire: il capitalismo nella sua fase fatiscente non ha alcun interesse a fare della scuola un luogo in cui si abituano i giovani al pensiero critico e non può permettersi una scuola che funzioni davvero, così come non può permettersi di chiudere la scuola come servizio per tutti.  Se nessuno si metterà di mezzo, riuscendo ad intralciare il percorso già segnato, le scuole sono destinate a divenire una via di mezzo tra il Luna Park e il reclusorio per le giovani generazioni. Il capo della task force nominata dal neoministro Bianchi, di nome Giovanni Biondi, suggerisce di spiegare Leopardi incoraggiando “gruppi di ragazzi alla costruzione di una propria antologia e a un’autovalutazione”. Una solenne stupidaggine, proferita da uno che è presidente dell’INDIRE (Istituto Nazionale di Documentazione, Innovazione e Ricerca Educativa), guadagna 186.076,31 euro all’anno e si è reso tristemente famoso anni fa per le cosiddette “pillole del sapere” per cui ha speso, in tempi di tagli pazzeschi all’istruzione 769.000 euro. Vogliamo lasciare che questa gente modelli una scuola tossica, da cui i figli delle masse popolari usciranno (come capita già adesso) senza essere in grado di comprendere un articolo di giornale? No, no e poi ancora no – è necessario che ogni scuola divenga un cantiere di discussione e di idee e che questo fermento si faccia sentire fuori dalle aule. Per anni è stata richiesta una scuola di qualità: adesso è tempo di chiedere una società più giusta, più umana, più rispettosa della Natura. La scuola migliore, se le cose cambieranno, verrà da sé.

 


[1]Focus “Principali dati della scuola – Avvio Anno Scolastico 2020/2021” Settembre 2020

[2]Ricordiamo l’importante studio del fisico Alessandro Ferretti sui contagi nelle scuole piemontesi, da cui si deduce che nelle scuole dell’infanzia e primarie i contagi sono di gran lunga superiori al resto della popolazione: più di tre volte e mezzo superiori nella scuola dell’infanzia! https://alessandroferrettiblog.wordpress.com/2020/12/07/cade-il-velo-sui-contagi-nelle-scuole-piemontesi-il-personale-da-due-a-quattro-volte-piu-esposto-della-media-la-situazione-nelle-materne-e-drammatica-solo-le-superiori-si-salvano-grazie-alla-dad/

[3]https://www.ilsole24ore.com/art/subito-piano-emergenza-contro-perdita-apprendimento-AD6a8Lj