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ALITALIA: STORIA, PROSPETTIVE E LOTTA!

5' di lettura

Ne parliamo con Daniele Cofani operaio Alitalia

(membro del Gruppo operativo nazionale Flna e attivista Cub trasporti)

La vertenza Alitalia è una crisi industriale ultra ventennale; quali sono le sue origini e quali i passaggi salienti?

Senza rischio di smentita possiamo dire che l’origine della crisi di Alitalia parte da molto lontano e fa parte di un progetto ben preciso: nel 2000 la De Palacio, ministra dei trasporti della comunità europea, dichiarò che in Europa dovevano rimanere solo 3 grandi compagnie di bandiera, dei 3 Stati più industrializzati (Germania, Francia, Gran Bretagna), a gestire il traffico intercontinentale, cioè quello più redditizio, mentre tutte le altre compagnie dei rimanenti Stati dovevano svolgere solo traffico ausiliare, una di queste era proprio Alitalia. Erano gli anni in cui Alitalia era ancora pubblica sotto il controllo azionario del ministero dell’economia, e vide fallire il tentativo di fusione con la compagnia di bandiera olandese KLM anche a causa di una disputa politica per la scelta dell’Hub nazionale di riferimento, che vedeva in contrapposizione tra di loro Roma-Fiumicino e Milano-Malpensa. Ma i primi veri guai cominciarono ad arrivare nel 2004, momento in cui fu firmato un accordo per il riassetto proprietario ed azionario della compagnia, dando di fatto il via alla privatizzazione attraverso l’acquisizione di quote azionarie da parte di privati. La totale privatizzazione e la perdita del controllo pubblico di Alitalia, avvenne tra il 2008 e il 2009 a cavallo di 2 differenti governi; nel 2008 iniziò il governo di centro sinistra di Romano Prodi con il tentativo di vendita ad Air-France, ma la portò a compimento il governo di centro destra di Silvio Berlusconi dopo un periodo di amministrazione straordinaria. Nacque così Alitalia-Cai con un assetto azionario composto dal 25% da AirFrance-KLM e per il resto dalla peggiore imprenditoria italiana – Capitani coraggiosi – (Benetton, Marcegaglia, Riva, Tronchetti Provera, Colaninno); la flotta della nuova Alitalia fu drasticamente ridotta e furono licenziati 10000 lavoratori; per chi rimase in servizio ci furono tagli draconiani ai salari e ai diritti, venne definita una “macelleria sociale”. Dopo alcuni anni, come fu previsto ed annunciato, la privatizzazione di Alitalia si dimostrò un totale fallimento: nel 2014 dovette intervenire nuovamente il governo per evitare una nuova bancarotta ma, invece di nazionalizzare Alitalia, il Pd di Letta e Renzi decise di effettuare una privatizzazione 2.0 con la vendita del 49% delle azioni agli emiri arabi di Etihad; nel passaggio furono licenziati altri 2000 lavoratori.


Quali sono invece le tappe più importanti della lotta dei lavoratori?

Va evidenziato che tutte le fasi della privatizzazione Alitalia sono state condivise dai vari governi e dalla quasi totalità delle organizzazioni sindacali; nonostante ciò nel 2008 ci fu una dura lotta che per alcuni mesi vide protagonisti i lavoratori Alitalia con manifestazioni e presidi permanenti, animati esclusivamente dal sindacalismo di base. Tale percorso però si concluse con la capitolazione e la firma dell’accordo quadro da parte di tutte le direzioni sindacali con la sola Cub Trasporti che rimase a scioperare in solitudine: fu chiaramente una dura sconfitta per tutti. Ma l’apice della lotta che ha visto protagonisti i lavoratori Alitalia ci fu nel 2017 quando decisero di ribellarsi unitariamente contro il piano di licenziamenti e tagli di Etihad: tra febbraio e aprile ci furono 4 grandi scioperi con manifestazioni all’aeroporto di Roma-Fiumicino fino ad arrivare al famoso referendum in cui il 67% dei lavoratori Alitalia votarono NO al piano. Una votazione molto difficile, avevamo tutti contro dal governo ai mass media e tutte le principali burocrazie sindacali, il referendum Alitalia senza dubbio si può considerare una vittoria storica.


Quale è la attuale situazione lavorativa dei dipendenti Alitalia e dei lavoratori dell’indotto?

Chiaramente oggi dopo un anno dall’inizio della pandemia la situazione è complicata, anche se va ricordato che il settore aereo non era assolutamente in crisi prima dell’arrivo del Covid-19, anzi era più di un decennio che cresceva con tassi di sviluppo a doppia cifra e con profitti miliardari per i padroni di tutta la filiera del comparto a livello internazionale. In Alitalia stiamo pagando il prezzo di una crisi sistemica della compagnia, con ripetute ristrutturazioni e ridimensionamenti puntualmente falliti e che ci hanno fatto giungere alla vigilia della pandemia con le casse vuote dopo 3 anni di infausta amministrazione straordinaria. Rispetto alle condizioni di lavoro dei lavoratori Alitalia, come anche dei lavoratori aeroportuali e dell’indotto (composto da appalti e subappalti), tornare alla normalità pre-Covid, vorrebbe dire ripartire da una situazione di precarietà, sfruttamento ed oppressione generata da decenni di liberalizzazione del mercato, privatizzazioni e terziarizzazioni di attività. Tutto questo non può essere più permesso, sono anni che le lavoratrici e i lavoratori del settore aereo – aeroportuale – indotto subiscono salari al di sotto dell’inflazione, contratti di lavoro sempre più instabili, flessibilità oraria estrema, abbattimento delle tutele della salute e sicurezza e a pagare il prezzo più alto, sono stati senza dubbio i precari che da sempre creano ricchezza senza nessuna garanzia sul loro reddito e futuro occupazionale. Tutto ciò è ancora di più emerso, con tutta la sua brutalità, in questo momento di crisi da Covid-19 dove non venie garantito neanche il reddito attraverso l’anticipo aziendale o il pagamento diretto degli ammortizzatori sociali da parte di Inps e dove tuttora non vengono garantiti i dovuti dispositivi di sicurezza di protezione da contagio e, come lavoratori dei servizi essenziali, non siamo stati neanche inseriti nelle liste di priorità del fantomatico piano vaccinale.


Quali sono le prospettive del prossimo futuro e quali le vostre rivendicazioni?

Mentre sto scrivendo, la situazione in Alitalia è giunta in una fase drammatica con il rischio che i commissari non riescano a pagare gli stipendi di marzo, mentre è già appurato che non anticiperanno il pagamento delle giornate di cassa integrazione. Ma questo non è il solo, il problema più grande è il futuro della compagnia e dei suoi 11 mila lavoratori e delle loro famiglie. Il piano di cui parlavo all’inizio vuole essere portato a compimento dal governo Draghi con l’attenta supervisione della Comunità europea: Alitalia verrebbe smantellata in 3 società attraverso una falsa nazionalizzazione che, invece di svilupparsi con 3 miliardi in dote, licenzierebbe migliaia di lavoratori, tutto ciò propedeuticamente preparato dai precedenti governi. Da dicembre abbiamo iniziato a mobilitarci con delle prime manifestazioni e siamo riusciti, con non poche difficolta, a riunire le organizzazioni sindacali che nel 2017 sostennero il No referendario, anche se con modalità differenti: Cub trasporti ed AirCrewCommittee organizzarono direttamente il Comitato elettorale del No. Da gennaio abbiamo organizzato importanti manifestazioni con centinaia di lavoratori in piazza, l’ultima il 3 marzo con anche i lavoratori del comparto aeroportuale, che ha visto la presenza di 500 persone a Porta Pia sotto il ministero dei trasporti. Manifestazioni che hanno rivendicato per il prossimo futuro una compagnia unica, realmente pubblica che venga messa sotto il controllo diretto dei lavoratori e soprattutto che non ci sia nessun licenziamento. Le prossime importanti iniziative ci vedranno protagonisti in una manifestazione finalmente unitaria il 26 marzo all’aeroporto di Fiumicino e il 30 marzo sotto il Ministero dello sviluppo economico, dove auspichiamo che venga mantenuta l’unicità sindacale invocata da Cub trasporti, AirCrewCommittee e Usb, per un percorso radicale di lotta senza sosta anche con il supporto di lavoratori di altri settori. Per terminare credo che l’unica via percorribile per uscire fuori dalla crisi che ha colpito duramente non solo Alitalia ma tutto il trasporto aereo, sia mettere totalmente in discussione questo sistema, dove è il profitto a decidere ogni cosa senza considerare le reali esigenze dei lavoratori, della collettività e dell’ambiente. Bisogna lottare per imporre una ripartenza con una gestione pubblica degli aeroporti, con tasse aeroportuali da reinvestire nel settore, con compagnie aeree di bandiera nazionalizzate con la gestione interna di tutte le attività di terra e volo. Bisogna ripartire con un trasporto aereo pubblico che si metta al servizio della collettività senza scopi di lucro, con l’obiettivo di garantire tutti i posti di lavoro anche diminuendo l’orario di lavoro a parità di salario ma soprattutto che rimoduli la sua “sovraproduzione di voli” garantendo, al contempo, prezzi dei biglietti equi per tutti i passeggeri, in un’ottica di rispetto dell’ambiente e del clima, in cui il trasporto aereo è grande responsabile dell’inquinamento terreste.

UNITI SI PUÒ VINCERE! #TuttiaBordo