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Test Invalsi, Dad e altre amenità scolastiche

7' di lettura

di Giovanna Lo Presti (Cub SUR)

Per comprendere le enormi sciocchezze che vengono dette a proposito di scuola purtroppo bisogna conoscere abbastanza a fondo i meccanismi che la governano e singoli aspetti specifici. Dico “purtroppo” perché la materia è noiosa e quindi va a finire che l’opinione pubblica, invece di venire orientata da informazioni corrette, viene depistata da un’informazione sempre pronta a cavalcare il sensazionalismo e a propinare come incontestabili falsità evidenti. Abbiamo dovuto assistere in piena pandemia all’indecoroso coro che proponeva il ritornello delle “scuole sicure”; abbiamo dovuto ingoiare il rospo della “centralità della scuola” che è sorella gemella dell’Araba Fenice: che ci sia ciascun lo dice, dove stia nessun lo sa. Due anni scolastici sono passati ed i problemi irrisolti sono sempre gli stessi. La pandemia, catastrofe dopo la quale “nulla sarebbe più stato come prima”, non è ancora passata, ma i segnali sono chiarissimi: nulla sarà più come prima perché tutto sarà un po’ peggio. Mentre stenta a consolidarsi un’opposizione sociale visibile ed agguerrita – e, parallelamente, le piazze si riempiono di destrorsi di ogni genia inneggianti alla libertà di non vaccinarsi e di non indossare la mascherina, nonostante la risalita del numero dei contagiati – la scuola continua a occupare le prime pagine dei giornali. L’ultima “notizia” di rilievo riguarda le molto discusse prove Invalsi, che dovrebbero stabilire “scientificamente” i livelli di apprendimento conseguiti dagli studenti italiani. Il condizionale è d’obbligo, poiché, da quando le prove Invalsi esistono (e cioè dal 2004) (1) sulla loro validità ed efficacia sono state espresse molte riserve. Ne citerò una tra le tante: le prove Invalsi non fanno che confermare ciò che tutti già sanno e cioè che gli studenti dei Licei ottengono risultati migliori di quelli degli Istituti professionali, che gli studenti che abitano nelle periferie sono meno preparati di quelli che abitano nel centro della città, che le scuole del Nord hanno risultati migliori di quelle del Sud. Piena conferma, quindi, di quello che tutti immaginano: l’estrazione socio-economico-culturale dello studente incide sul suo profitto scolastico e il Paese è diviso in due: Nord e Centro da una parte, Sud ed isole dall’altra. Le prove Invalsi misurano (male) la temperatura della scuola italiana ma non propongono soluzioni ai problemi messi in evidenza, come un medico che, appurato che il paziente ha la febbre a quaranta, se ne tornasse a casa soddisfatto di questa sua rilevazione. In verità, negli anni, qualche sorpresa le prove Invalsi l’hanno data: ci fu l’anno in cui le scuole di una regione del Sud che non nominiamo ebbero brillanti risultati in Matematica, del tutto inaspettatamente. Da allora, i ricercatori dell’Invalsi si affannarono a stabilire come calcolare (sempre “scientificamente”) la “propensione al cheating” che, detto nella lingua dei nostri padri è la propensione all’imbroglio; era chiaro che risultati così anomali provenivano o da una copiatura di massa o dal fatto che l’insegnante stesso avesse suggerito la risposta giusta. Questa volta i risultati preoccupanti dei test Invalsi 2021 hanno un responsabile, uno ed uno solo: la famigerata Didattica a distanza. O almeno così hanno affermato i gazzettieri di questo Paese scriteriato in cui viviamo. In sintesi, abbiamo passato due anni scolastici nell’incertezza, si sono alternati periodi di lezioni in presenza ad altri di Dad mentre il mondo era angosciato da un’epidemia cui non sapeva far fronte: nessuno definirebbe questa una condizione normale. Che i risultati scolastici dei ragazzi siano peggiorati è nell’ordine delle cose: il caos che ha caratterizzato l’ultimo anno e mezzo doveva necessariamente avere anche un riflesso nel rendimento scolastico. E quindi trovare un capro espiatorio nella Dad è una stupidaggine così grossa che lo stesso Roberto Ricci, responsabile Area Prove Invalsi, ha dichiarato che è “del tutto inappropriato attribuire i risultati presentati alla DaD, non è corretto e non ci permette di capire bene cosa si può fare, anzi, cos’è necessario fare”. D’altra parte, se soltanto si retrocede al 2019, si vedrà che, anche in assenza di Dad, le cose andavano male: Andrea Gavosto e Barbara Romano scrivevano un articolo in cui così veniva icasticamente riassunta la situazione della scuola italiana: “Ma il paziente è moribondo”. Andrea Gavosto è il direttore della Fondazione Agnelli ed è lo stesso individuo che nel 2020 rilasciò questa illuminata dichiarazione, a proposito del fatto che, mentre il Paese sbandava per il Coronavirus, non si fecero le prove Invalsi: “La pandemia è stata una scusa per eliminare un passaggio scolastico particolarmente inviso a molti insegnanti e a una parte della politica, anche nella maggioranza. Questo, però, ci priva dello strumento per misurare il calo degli apprendimenti degli studenti nel 2020, paragonandone i risultati con quelli delle generazioni precedenti” (2). Tra gli effetti collaterali del Coronavirus c’è quindi, secondo Gavosto, l’ostacolare il regolare svolgimento delle prove Invalsi: non serve commento. Siamo circondati da personaggi che, forti del proprio ruolo, blaterano sulla scuola e che, sempre più spesso, pur essendo mariuoli si travestono da garanti dell’onestà ed esibiscono una vocazione sociale ben lungi dall’essere autentica. Cosa vorrebbe, ad esempio, Ricci (il responsabile Invalsi di cui sopra)? “Puntare all’essenzializzazione dei contenuti, privilegiando le competenze”. E cioè, per dirla in modo più chiaro, ancor meno conoscenze e un’idea strumentale del sapere. E più in là: “Possiamo vedere la DaD anche come una risorsa che potrebbe favorire le azioni di recupero e di sostegno”. Perciò l’Invalsi, per bocca di un suo dirigente, si schiera a favore della Didattica a distanza e anzi la vede, in modo coerente con un modello “leggero” di istruzione, come strumento di recupero. Ma Ricci va ancora più in là: “È necessario che l’intera collettività dia importanza alla scuola, chiedendo risultati, ma garantendo supporto e sostegno. Certamente il tema delle risorse è importante e ineludibile, ma serve anche un ripensamento delle metodologie di insegnamento, adatte a una scuola per tutti e di tutti. In gioco c’è il futuro dell’intera collettività nazionale, non solo quello dei giovani (3). Sempre la stessa illusione e cioè che gli interventi strutturali possano essere sostituiti da nuove metodologie dotate, evidentemente, di poteri magici. Nei discorsi di Ricci il diavolo si rivela nei particolari e soltanto ad occhi che inquadrano le affermazioni nel contesto. Siamo portati ad una lettura che può apparire tendenziosa poiché abbiamo seguito anno dopo anno l’azione dell’Invalsi e sappiamo cosa ha rappresentato nel funzionamento della scuola italiana: un’indagine sommamente inutile e dannosa, che ha spinto molti docenti piuttosto pavidi ad inaugurare il cosiddetto teaching to test e cioè una seria distorsione dell’insegnamento, che si trasforma nell’addestrare gli allievi a superare i test in modo brillante. Nella discussione attuale sul ruolo negativo della Dad rispetto all’apprendimento, entra in modo originale il governatore della Puglia Emiliano il quale, tout court, individua la vera responsabilità dei risultati negativi non nella Dad ma nella “qualità dell’insegnamento e delle capacità di apprendimento” (4). E andiamo avanti così, cercando un capro espiatorio che spieghi in un sol colpo perché la scuola italiana va male. Dire che non è difficile comprendere le vere cause del malessere: negli ultimi trent’anni la scuola italiana ha perso slancio emancipatorio (e ricordiamoci che la stagione della scuola con funzione di “ascensore sociale” in Italia è stata molto breve ed ha coinciso con il decennio che va, grosso modo, dalla fine degli anni Sessanta alla fine degli anni Settanta) e, anno dopo anno, è diventata sempre più una scuola di classe, che conferma l’appartenenza allo strato sociale da cui lo studente proviene. Ma questa non è soltanto una disfunzione della scuola, è piuttosto la conseguenza di un assetto sociale iniquo e sempre più diseguale. I padroni di ogni risma affermano, ad esempio, che manca la manodopera qualificata, addebitando tale carenza alla formazione scolastica; ma la realtà ci insegna che i posti di lavoro qualificati sono pochi e abbondano invece offerte di lavoro dequalificato, precario, sottopagato e con orari inimmaginabili qualche decennio fa. L’appello costante che governanti e padronato fanno perché si realizzi una “buona scuola” – “affettuosa”, dice il ministro Bianchi, che crei coscienza critica dicono molti altri – è falso e bugiardo. Se dalla scuola uscissero ragazzi sufficientemente colti e capaci di giudizio critico, da tempo avremmo cortei di protesta quotidiana nelle strade. Invece, dalle scuole patrie, sempre più simili a galere, escono ragazzi e ragazze omologati, sedotti dai miti di questo mondo sprecone e individualista: il loro animale totemico è lo smartphone, la loro aspirazione è spintonare per riuscire ad ottenere qualcosa di meglio degli altri. Va da sé che la giovane generazione non coincide tutta con questo impietoso ritratto, inutile aggiungere che a snaturarli in questo modo ha contribuito anche la scuola. I limiti del sistema scolastico italiano li conosciamo bene e sono, ripetiamo, limiti strutturali. L’edilizia scolastica è gravemente inadeguata, il personale, anche se sfiora il milione di addetti, non è sufficiente ed è clamorosamente sottopagato da decenni. Nel 2000 mi occupavo già da tempo della retribuzione misera dei docenti italiani; da allora le cose sono progressivamente peggiorate. Un lavoro pagato male è un lavoro che vale socialmente poco; le carenze culturali e professionali di gran parte del personale scolastico, che ne sono l’indiretta conseguenza, sono sotto gli occhi di tutti. Ma peggio ancora di tali carenze c’è l’adeguamento di tanti, troppi insegnanti alle richieste che vengono da una burocrazia ministeriale profondamente conformista, anche quando indossa la veste del buon samaritano, anche quando esibisce il santino di Don Milani, anche quando parla di una “scuola per tutti e per tutte”. Che le cose stiano così, che l’indifferenza nei confronti delle sorti della scuola sia totale, ce lo dimostra, ancora una volta, il modo in cui è stata affrontata la crisi pandemica e quello che si prospetta per il prossimo settembre. Userò le parole di Antonello Giannelli, presidente dell’Associazione nazionale presidi, perché il mio discorso non sembri eccessivamente di parte. Nell’intervista a La Repubblica del 24 luglio 2021 Giannelli si dichiara favorevole all’obbligo vaccinale nella scuola ed è convinto che la cifra dell’85% del personale vaccinato sia sottostimata. Sposta perciò la questione della vaccinazione dal personale agli studenti, evitando, cifre alla mano, la demonizzazione in corso rispetto ai docenti non vaccinati. Ritiene centrale invece la questione della vaccinazione degli studenti: “Temo non ci siano davvero più i tempi per risolverla. Gli over 12, i ragazzi che possono ricevere l’iniezione, sono quattro milioni […] A un mese e mezzo dalla ripartenza scolastica la vedo dura”. Quindi “in molte classi non sarà possibile il distanziamento, cosa che fa propendere per il ritorno alla Dad. A meno che…” A meno che il Comitato tecnico-scientifico non ammorbidisca i protocolli: da “in classe con un metro di distanza e mascherina” siamo già arrivati al fatto che un metro non sia necessario se ci sono le mascherine. In compenso non si è fatto nulla per cercare nuovi spazi. Dice Giannelli: “Temo che il rapporto studenti-spazi a scuola sarà ancora più ridotto”. Il presidente dell’ANP sarebbe favorevole all’ipotesi di dividere in due le classi: peccato che i docenti necessari per far fronte allo sdoppiamento non ci siano. E questo è il parere di una persona che fa parte dell’establishment, non di un fanatico sovversivo. Insomma: rispetto a febbraio 2020, quando la pandemia si annunciava sul palcoscenico tragi-comico nostrano non è cambiato nulla, se non qualche amenità di superficie. L’attribuire alla Dad il fallimento scolastico dell’anno appena concluso ha un solo significato: spingere verso la scuola in presenza purchessia, facendo gravare responsabilità indebite sul (poco numeroso) personale non vaccinato. Quasi la scuola in presenza risolvesse tutti i problemi: abbiamo appena fatto notare più sopra che il 2019 era tanto problematico quanto il 2021, dal punto di vista del rendimento scolastico. Le scuole debbono quindi rimanere aperte non perché siano luoghi di crescita e di trasmissione di cultura ma piuttosto per consentire ai genitori dei minori di continuare a lavorare e agli adolescenti uno sfogo, spesso malato, in una istituzione troppo di frequente trasformata in un recinto di contenimento per le giovani generazioni. Ma chiudiamo con una nota di colore. I risultati della maturità di quest’anno rovesciano i risultati delle prove Invalsi. Le regioni del Sud che hanno ottenuto scarsi punteggi nei test sono quelle in cui abbondano i “100 e lode”! “Ma è rispetto alla maturità pre-Covid che i dati sono più impressionanti: dal 2019 le lodi sono raddoppiate (erano l’1,5 per cento) e i 100/100 sono quasi triplicati (erano il 5,6 per cento). Uno studente su due (52,9 per cento) ha conseguito un voto superiore ad 80/100.  Un risultato in totale controtendenza rispetto ai dati disastrosi pubblicati una settimana fa dall’Invalsi: 4 studenti su 10 non raggiungono la sufficienza in italiano, la metà in matematica, con punte rispettivamente del 60 e 70 al Sud”.(5)

I soliti misteri italiani – o forse l’ennesima conferma che, come diceva Ennio Flaiano, la situazione è grave ma non è seria.

Note in appendice

1. Per chi, punitore di se stesso, ne volesse sapere di più:

https://www.invalsi.it/invalsi/doc_eventi/12-2014/4/Documento_DecennaleProveINVALSI.pdf

https://www.invalsi.it/invalsi/index.php

2. https://www.ilsole24ore.com/art/subito-piano-emergenza-contro-perdita-apprendimento-AD6a8Lj

3. https://www.orizzontescuola.it/ricci-i-risultati-delle-prove-invalsi-non-derivano-dalla-dad-bisogna-prendersi-cura-della-scuola/

4. Disastro prove Invalsi in Puglia, Emiliano: “Colpa di insegnanti e studenti”   https://www.orizzontescuola.it/ricci-i-risultati-delle-prove-invalsi-non-derivano-dalla-dad-bisogna-prendersi-cura-della-scuola/

5. https://www.corriere.it/scuola/secondaria/21_luglio_22/maturita-2021-boom-100-puglia-calabria-sicilia-record-lodi-eafedb5c-eb0f-11eb-872f-99e4306190c7.shtml