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Rafforzare l’unità di sciopero e d’azione! Al fianco della Resistenza palestinese e libanese!

9' di lettura

Report della riunione del coordinamento nazionale del Flna 

Sabato 6 giugno al Circolo Familiare di Unità Proletaria (CFUP) di Milano si è svolta la riunione aperta del Coordinamento nazionale del Fronte di Lotta No Austerity (FLNA). 

Alcune decine di partecipanti in presenza e in collegamento, in rappresentanza di realtà di lotta industriali, lavorative e sociali hanno animato un confronto costruttivo, condividendo le diverse esperienze di lotta nei rispettivi campi.

La riunione è stata aperta da una relazione introduttiva di Diego Bossi, operaio Pirelli, che ha sintetizzato la bozza di documento politico elaborata dal Gruppo operativo nazionale (che potete leggere di seguito); e dal compagno Andrea dei Giovani Palestinesi d’Italia (GPI), che ha illustrato la situazione internazionale, ricordando come sia fondamentale inserire le lotte delle lavoratrici e dei lavoratori nella più generale battaglia conto l’imperialismo. Andrea, oltre a ricordare la gloriosa Resistenza palestinese (e libanese), ha anche fatto riferimento alle lotte in Bolivia, un esempio di mobilitazione ad oltranza da supportare attivamente. 

Dopo le relazioni introduttive si è aperto un ampio dibattito, erano presenti e hanno partecipato da diverse parti d’Italia, lavoratrici e lavoratori di Ilva, Stellantis, Pirelli, Tim, dei comparti industriali dei settori Gomma-plastica e metalmeccanici, rappresentanti della sanità pubblica (Sanitari per Gaza), dell’istruzione, dei trasporti (lavoratori aeroportuali e ferrovie), dell’università e delle lotte sindacali e sociali. 

Di particolare importanza gli interventi di Raffaele Cataldi, cassintegrato Ilva, autore del libro Malesangue, che ha illustrato la situazione drammatica a Taranto, dove si continua ad ammalarsi e a morire a causa dei veleni prodotti dalla nota acciaieria; e di Simone Vivoli, dirigente della Flmu-Cub, licenziato politico da Tim che va ad aggiungersi ai licenziati politici di Stellantis, Francesca Felice e Delio Fantasia. Come FLNA contribuiamo a diffondere e lanciare la campagna per il reintegro di Simone.

Come sempre sono intervenuti compagne e compagne di diversa appartenenza sindacale – del sindacalismo di base e della sinistra Cgil – convinti della necessità di rafforzare l’unità d’azione, superando steccati e autoreferenzialità, anche al fine di rilanciare con forza le mobilitazioni, come lo scorso autunno. 

La riunione si è conclusa con l’intervento di Fabiana Stefanoni, che, oltre a ricordare le lotte nella scuola, ha ribadito che le mobilitazioni dello scorso autunno devono essere il punto da cui ripartire e il faro da seguire, motivo per cui è fondamentale costruire un fronte unico per unire le lotte, superando le logiche concertative delle direzioni di Cgil, Cisl e Uil e le dinamiche settarie ed autoreferenziali delle direzioni del sindacalismo di base, evitando sia l’immobilismo (come quello della burocrazia Cgil) sia scioperi separati e contrapposti (come avvenuto anche di recente).

A seguire potrete leggere il documento politico.

I compagni dell’Usi hanno presentato degli emendamenti, che sono stati accolti e inseriti nella bozza iniziale. Altri emendamenti di carattere organizzativo (presentati da compagni del Cua di Firenze) saranno inseriti nel testo organizzativo che verrà discusso nella prossima Conferenza nazionale.  

Contro le guerre imperialiste unità e lotta di classe

Parte 1: lo scenario internazionale

La guerra in Iran

Il 2026 è iniziato con la guerra di aggressione militare dell’imperialismo statunitense e dei sionisti contro l’Iran: di fatto un Paese dipendente ha tenuto testa militarmente all’imperialismo Usa e ai sionisti, cioè a due tra gli eserciti più e meglio armati del mondo. Ora sta tenendo sotto scacco le economie globali, bloccando lo Stretto di Hormuz, passaggio unico e fondamentale per il petrolio greggio, il gas, i fertilizzanti e le materie agricole, palesando il rischio crisi energetiche e alimentari dalle dimensioni mondiali.

Tra i primi effetti di questa guerra imperialista abbiamo visto l’impennata dei carburanti alla pompa, le cui «contromisure» del governo Meloni per tagliare le accise sulla benzina e il gasolio stanno costando miliardi euro che verranno sottratti allo Stato sociale (scuole, sanità, trasporti pubblici ecc).

L’impennata inflattiva che conseguirà alle guerre imperialiste eroderà ulteriormente il potere d’acquisto dei nostri salari che, in Italia, è già il più basso dell’area Ocse in termini di crescita.

La Resistenza palestinese

L’assedio dei sionisti in Palestina, Libano e Yemen prosegue: non esiste, né mai è esistita, una tregua. Gaza è isolata e in Cisgiordania gli israeliani proseguono il loro piano di colonialismo d’insediamento. Ma i desiderata dei sionisti devono fare i conti con una dura realtà: la Resistenza eroica del popolo palestinese che non sono riusciti a piegare in 80 anni.

Le piazze di tutto il mondo sono infuocate, lo scorso autunno l’Italia è stata l’avanguardia mondiale della solidarietà al popolo palestinese, le sorti della Global Sumud Flotilla, assediata dall’IDF, hanno fatto detonare le proteste in tutto il Paese: 22 settembre, 3 e 4 ottobre sono divenute date storiche, dove letteralmente milioni di persone hanno invaso le strade e le piazze di tutto il Paese, occupando porti, stazioni e tangenziali. 

Quest’anno lo stesso scenario di attacco alla Flotilla, che ha cercato di rompere il muro d’isolamento dei sionisti per portare aiuti umanitari alla popolazione gazawa, a causa del settarismo autoreferenziale delle direzioni sindacali e della complicità strutturale della direzione Cgil non si è tradotto, come vedremo più avanti, in una mobilitazione di massa generale e generalizzata.

L’aggressione Russa in Ucraina

Sul fronte del conflitto russo-ucraino, a 4 anni dall’aggressione militare della Russia imperialista di Putin ai danni dell’Ucraina, la Resistenza del popolo ucraino non si fa mettere i piedi in testa e continua a combattere per difendere ogni centimetro di territorio dai tentativi di invasione e occupazione dell’esercito russo.

Parte 2: La guerra di classe in Italia

Il costo delle guerre lo paga il proletariato

Oltre agli effetti economici diretti delle guerre, che si abbattono sulle masse popolari in termini di perdita del potere d’acquisto e di aumento dei beni di prima necessità (dal carrello della spesa ai prodotti energetici) si aggiunge l’enorme costo delle politiche di riarmo dell’Unione Europea. Quest’ultima non solo ci tiene sotto debito attraverso la BCE, ma porta avanti un piano di riarmo da 800 miliardi di euro che, a differenza delle spese sociali, non verranno messe a deficit, vale a dire che per aprire un reparto ospedaliero o per restaurare una scuola che cade a pezzi dobbiamo rispettare un rigorosissimo patto di stabilità; mentre per acquistare uno stormo di aerei da guerra si può fare extra-bilancio: per curare e istruire le persone paghi, se invece vuoi ucciderle c’è uno sconto. Si tratta però di uno sconto fittizio in realtà, perché seppure quella spesa sarà fuori dal Patto di stabilità, saranno sempre miliardi pubblici sottratti al proletariato che li ha prodotti; un furto commesso nel solo ed esclusivo interesse dei capitalisti e dei loro governi di ogni colore.

La strage quotidiana

Analizzando i dati del 2025 e la tendenza espressa da questi in relazione al 2024 si contano 1.093 denunce di infortunio mortale (+0,3%), di cui 293 in itinere (+4,6%); 80.000 malattie professionali (+11,3%). Chiaramente questi dati si riferiscono alle denunce Inail e non corrispondono alla totalità reale dei morti e degli infortunati sul lavoro: ricordiamo che il lavoro nero in Italia costituisce una fetta pari al 10% del Pil, si stima che ne facciano parte più di 3 milioni di lavoratori (totalmente invisibili). 

La sicurezza sul lavoro è una questione di classe, in Italia, da decenni, 3 lavoratori al giorno vengono assassinati dal capitale: si muore di precarietà, di appalti e subappalti di manodopera, di frammentazioni societarie e di rappresentanze sindacali addomesticate e controllate dai padroni.

All’attacco continuo al DIRITTO ALLA SALUTE, e alla costante IN-sicurezza sul lavoro, rimane invariata la DEVASTAZIONE E INQUINAMENTO dei nostri territori, aggravati da speculazioni non solo edilizie ma anche dall’illegale smaltimento di rifiuti speciali, scarichi industriali, di lavorazione di prodotti. L’effetto che si produce, è la minore tutela per chi lavora, l’insufficienza degli organismi di vigilanza specie per le produzioni nocive, tra cui la riconversione al bellico, per salvare l’occupazione, un danno crescente alle popolazioni.

Diventa necessaria, anche da parte di FLNA, una campagna permanente per la scelta/elezione di R.L.S. (rappr. lav. per la sicurezza), di costituzione di comitati interni previsti all’articolo 9 della legge 300/1970, potenziare l’attività di PREVENZIONE, INFORMAZIONE, FORMAZIONE E ADDESTRAMENTO, per una vera cultura diffusa della SALUTE E DELLA SICUREZZA SUL LAVORO E DEGLI AMBIENTI DI LAVORO  E SUI TERRITORI, analogamente e in sinergia con la RETE NAZIONALE LAVORO SICURO.

Ci vogliono più poveri e più deboli

Il potere d’acquisto dei salari italiani non solo è rimasto fermo, ma è addirittura retrocesso rispetto al 1990. L’abrogazione della scala mobile, l’introduzione dell’indice IPCA nelle contrattazioni nazionali, le politiche di precarizzazione selvaggia e le pratiche di appalto e subappalto di manodopera hanno impoverito e indebolito i lavoratori e le lavoratrici.

Allo stesso modo il declino delle pensioni è inarrestabile: di riforma in riforma le pensioni sono sempre più basse e sempre più lontane. Il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo, la famigerata Riforma Fornero e i mille proclami elettoralistici di abrogarla, finiti poi in una riconferma se non in un aggravamento  della stessa, portano oggi i lavoratori anziani, dopo una vita di lavoro, all’impossibilità di accedere alla pensione, che sarà notevolmente più misera rispetto al già misero salario che percepivano. Anche il sistema rivolto alla classi lavoratrici “in formazione” (ndr, studenti e studentesse), con i progetti 4+2 di riforma per istituti tecnici e professionali, collegato alle controriforme ideologiche del governo, contribuiscono alla povertà generale anche di offerta formativa, acuendo le già presenti discriminazione di classe e di censo, che incide sui programmi scolastici, divide la formazione e l’accesso all’istruzione superiore e all’università con l’applicazione strisciante dell’AUTONOMIA DIFFERENZIATA con distrazione di fondi ed emigrazione di giovani, danneggia il concreto DIRITTO ALLO STUDIO e l’STRUZIONE, rendendo più povere e indebolite anche contrattualmente, le generazioni più giovani, con una precarietà costante e “selezionata” anche su questi aspetti.

La rabbia e il malcontento crescono, il governo Meloni si prepara alla repressione

Questo quadro drammatico orienta le masse verso un malcontento sempre più diffuso che, in potenza, potrebbe divenire un problema di ordine pubblico per il governo. Di qui il varo di un pacchetto sicurezza che ben palesa il significato di «diritto borghese», ossia funzionale al sistema capitalista e a difesa di esso: fermi preventivi sulla base di semplici sospetti, sostegni legali e finanziari ai poliziotti indagati per reati ecc, non fanno altro che aggravare i precedenti decreti Salvini approvati dal governo Conte 1, coi voti — ricordiamolo! — del M5s che oggi, molto ipocritamente, si straccia le vesti; decreti mai minimamente messi in discussione dalle «anime belle» del Pd quando è stato al governo.

Sulle stesse frequenze dobbiamo registrare il viaggio verso la Gazzetta Ufficiale del il DDL antisemitismo che, forte di un consenso trasversale, vuole equiparare l’antisionismo all’antisemitismo, criminalizzando il movimento Pro-Pal e il diritto di critica alla politica genocida di Israele.

Il ruolo nefasto delle direzioni sindacali

Nulla di tutto ciò sarebbe stato possibile senza la complicità attiva e diretta delle direzioni di Cgil, Cisl e Uil, i cui dirigenti hanno posto in calce la loro firma sui peggiori tradimenti di classe esistenti in Italia: il Patto per la fabbrica, l’accordo vergogna del 2014, le decine di CCNL al ribasso sulla base dell’indice Ipca depurato dai costi energetici (così i carburanti aumentano a dismisura e i salari rimangono fermi) e così via. Non si tratta solo di contratti e accordi, ma di precise scelte politiche per rimuovere il conflitto di classe anziché organizzarlo: un’epoca, ad oggi pluridecennale, di scioperi generali non proclamati o, su pressione di una base combattiva sempre più insoddisfatta, proclamati ma frammentati territorialmente per non dare fastidio. 

Da ultimo, ma non per importanza, il nulla di fatto dopo la pesantissima sconfitta referendaria del governo Meloni sulla riforma costituzionale della giustizia. 

Sul fronte del sindacalismo cosiddetto «di base», nonostante le potenzialità che sono emerse lo scorso autunno, si continuano a riprodurre atteggiamenti settari e autoreferenziali che ostacolano la riuscita degli scioperi e delle mobilitazioni.

I cosiddetti scioperi «generali» di maggio ne sono la prova: lo sciopero del 18 maggio e lo sciopero del 29 maggio erano di fatto contrapposti e soggetti al detrimento reciproco. L’incapacità delle direzioni sindacali di convergere su un’unica data divide chi lavora, indebolisce la mobilitazione e raddoppia, inutilmente, la perdita 

economica in busta paga: tutto questo va a vantaggio dei padroni e del governo.

In questa frammentazione sindacale, l’aspetto negativo che sminuisce la ricchezza di processi di PLURALISMO SINDACALE e delle IDEE, forza del movimento operaio e sindacale, avanza pericolosamente il sindacalismo di matrice “fascio-leghista” (ndr rappresentato da UGL, sindacato “di governo”, ma anche da CIsal, Confsal anche se con toni più moderati di sindacalismo autonomo) e di stampo corporativo, che su una presunta “identità nazionale” e con campagne mirate, intende dividere l’unità di chi lavora, con una egemonia della inesistente “razza italica” dalla forza lavoro immigrata, con odiose distinzioni e discriminazioni etniche, nell’accesso all’occupazione e sui posti di lavoro, con una primogenitura del “lavoro prima agli italiani”, che rischia di prendere piede nella forza lavoro giovanile, mal istruita e formata fin dai percorsi scolastici, con l’effetto di rompere la necessaria solidarietà umana, sociale e di classe, fattore fondamentale per una vera unità di azione contro i veri avversari delle classi lavoratrici, in Italia e sul pianeta

Parte 3: costruiamo e rafforziamo il percorso del Flna, il fronte che unisce le lotte contro il capitalismo

Avvelenamento climatico e doppie oppressioni

Il capitalismo sta distruggendo il pianeta e l’umanità che lo abita. Non sono nell’interesse della popolazione mondiale le guerre imperialiste: interessano solo una minoranza di capitalisti miliardari che espropriano alle masse popolari la ricchezza che esse stesse producono; ricchezza che potrebbe essere impiegata al servizio della collettività.

Questo sistema socio economico criminale opprime i popoli, avvelena l’ambiente e condanna le persone alle conseguenze disastrose del cambiamento climatico. Se i più contrastano la narrazione reazionaria e negazionista delle destre populiste, indicando la matrice antropica del cambiamento climatico e invocando la soluzione in stili di vita individuali e nella transizione energetica per ridurre le emissioni, noi dobbiamo essere capaci di dire che ridurre le emissioni di CO2 è una necessità urgente, ma non sarà sufficiente né risolutiva; dobbiamo essere capaci di dire che le cause sono sì antropiche, ma le responsabilità non sono dell’uomo in sé, ma di una precisa classe sociale, la borghesia, che detiene la proprietà privata dei mezzi di produzione e impronta il suo dominio sociale al profitto e all’accumulazione di capitale, sfruttando la forza lavoro di milioni di donne e di uomini costretti a salari da fame.

Lo stesso vale per le oppressioni di genere, xenofobe e razziali, utili al capitale per dividere la classe e indebolirla, creando eserciti di riserva per massimizzare le condizioni di sfruttamento di tutte le lavoratrici e tutti i lavoratori, nativi o immigrati. E’ necessario che i sindacati, i movimenti e le associazioni che si mobilitano pongano all’ordine del giorno il contrasto a queste oppressioni. Le rivendicazioni economiche e salariali dei lavoratori devono unirsi alla battaglia contro maschilismo, omobitransfobia, razzismo e xenofobia. 

Costruiamo insieme il Fronte di lotta No Austerity

Per questo motivo serve costruire un fronte di lotta che unisca le lotte degli sfruttati e degli oppressi, che contrasti la complicità strutturale delle direzioni dei sindacati confederali e il settarismo delle direzioni del sindacalismo conflittuale, rimettendo insieme tutte le realtà proletarie e popolari unite dalle medesime condizioni sociali ed economiche, evitando che piccole o grandi burocrazie le separino allo scopo di servire biechi interessi di apparato.