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Intervistiamo Simone Fierucci, operaio Bekaert (ex Pirelli) di Figline Valdarno

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La vicenda Bekaert, per la chiusura della fabbrica di Figline Valdarno, coinvolge in maniera drammatica i lavoratori licenziati dalla multinazionale belga. Quali sono state le tappe salienti di questa vertenza?

R : Innanzitutto, subito dopo la chiusura e la fuga dei dirigenti dallo stabilimento ,la messa in opera di un presidio davanti alla fabbrica con tutte le difficoltà che una scelta di tale tipo comportava per una realtà di fabbrica non “abituata” ad un tipo di lotta che si preannunciava di lungo termine. Mi spiego; negli anni passati in alcune vertenze tipo contratto nazionale c’è sempre stata una forte partecipazione agli scioperi nonostante le divisioni interne tra sigle sindacali (FIOM-FIM-UILM) ma minore rispetto ad altre forme di lotta come , appunto, picchetti, blocchi stradali ecc. Quindi il mantenere una presenza costante davanti ai cancelli era tutta da verificare.
Anche perché fino a qualche giorno prima la dirigenza aveva preannunciato il pagamento di un premio produzione e presentato il piano industriale per i tre anni successivi, quindi la sorpresa è stata forte, anche se alcuni di noi hanno sempre avuto il sospetto che qualcuno dei dirigenti sindacali, e non mi riferisco alla Fiom, sapesse già cosa sarebbe successo da mesi. Un altro punto importante è stato il rifiuto della “mitigation” cioè il dare soldi in cambio del licenziamento da parte della Direzione Bekaert: noi siamo stati decisi, nonostante anche su questo alcune sigle sindacali abbiano fatto il doppio gioco con i propri iscritti, che il nostro obbiettivo era ed è la riapertura della fabbrica e non dare il contentino per non rompere i coglioni. Di non meno importanza la lotta per il ripristino della cassa integrazione per cessata attività: tolto dal governo Renzi questo provvedimento è stato reintrodotto grazie alla nostra esposizione mediatica, alla nostra lotta e all’opportunismo politico del governo M5s-Lega che ha colto la palla al balzo solo per far vedere che loro difendevano i lavoratori.

La soluzione Bekaert, doveva essere per i lavoratori un porto sicuro, dopo il disimpegno della Pirelli, che prima gestiva la fabbrica di Figline ma dopo pochi anni i lavoratori si ritrovano dalla padella alla brace. Cosa non ha funzionato?

R) Quello che è successo è l’ennesima situazione già vista in Italia: la Pirelli si libera di un pezzo (la produzione di steel cord per i pneumatici) che per i suoi interessi strategici e di profitto può produrre in paesi con bassi salari o comprare da altri. Guarda caso i suoi “gioielli” sono in Turchia e Romania…ci sarà un motivo .
Il paradosso (ma non lo è per le multinazionali) è che noi siamo stati comprati, svenduti, dai nostri principali concorrenti appunto i belgi di Bekaert e durante tutta la fase della vendita nessun “imprenditore” italiano si è fatto avanti. Con l’aggravante che il governo dell’epoca non ha mai avviato una riflessione, una verifica, sul ruolo strategico della filiera dell’acciaio che poteva coinvolgere, per esempio, le acciaierie di Piombino e a livello nazionale tutti gli stabilimenti della ex Ilva. Ma si sa, non si deve mettere in discussione la proprietà privata dei mezzi di produzione…
La Bekaert ha fatto un’operazione che per le sue strategie industriali è rinomata: assimilare, comprare se possibile tutti i concorrenti che sono sul mercato, produrre per due-cinque anni, prendere il meglio (tecnologie, macchinari, competenze) e poi chiudere, dando soldi a “palate” a chi resta senza lavoro e lasciando i territori al loro destino.

I lavoratori licenziati sono, tra ansie e ritardi, in cassa integrazione ormai da molti mesi, come viene percepita questa “soluzione” dai lavoratori? Quali sono le vostre richieste?

R) È la situazione che vivono centinaia di lavoratori : quando si sopravvive con 800-1000 € che ti arrivano non si sa quando l’angoscia è costante , non puoi programmare nulla ,solo i pagamenti di bollette affitto e mutui sono sicuri. Questa situazione si sta protraendo da due anni e su 318 che eravamo ad inizio vertenza siamo rimasti in 170 tra chi ha preso i soldi della Bekaert, chi è riuscito ad arrivare alla pensione o ci arriverà il prossimo anno e chi, i più giovani, ha trovato un’altra occupazione spesso precaria o con una retribuzione più bassa . La cassa integrazione spesso in Italia serve a rimandare i problemi e a svuotare le fabbriche .
Si dovrebbe aprire una discussione sul ruolo ed efficacia dei cosiddetti “ammortizzatori sociali” che fatti cosi (non solo la cig) servono a poco se non a nulla, ma solo appunto una discussione, un percorso di lotta , che parta dai luoghi di lavoro può tentare un approccio politico una proposta non puramente sindacale su questo problema .

Per quanto nelle tue conoscenze, quanto è gravosa per l’indotto e per il territorio la chiusura della fabbrica? Hai notizie di lavoratori e famiglie esterne all’azienda comunque coinvolte?

R) Certamente, per esempio i lavoratori della cooperativa di pulizie della fabbrica sono attualmente in grossa difficoltà avendo perso un importante appalto sul territorio: questi lavoratori ora devono spostarsi anche su Firenze per poter lavorare entrando nella “categoria” dei pendolari. Oppure cercano ore su altri siti industriali che però non garantiscono continuità.
Anche la ditta che gestiva la mensa ha dovuto licenziare alcune lavoratrici e come scritto prima, ridimensionare la loro attività sul territorio. E per ultimi i lavoratori esterni che si occupavano della carpenteria interna e della logistica anche loro sono stati rimandati a casa.

Sappiamo di divisioni molto forti anche tra sindacati che gestiscono la vertenza e che rappresentano i lavoratori coinvolti, con strategie e obiettivi contrastanti. Quanto pesano queste dinamiche sulla situazione attuale e sulle prospettive di lotta?

R) Pesavano da prima e con la vertenza si sono accentuate . Basta pensare che i “difensori dei lavoratori” della Fim e UILM hanno boicottato fin dall’inizio il presidio davanti ai cancelli e cercando sempre di fare interviste e dichiarazioni che “rassicurassero” il territorio senza mai proporre volantinaggi o cortei cittadini per sensibilizzare sulla vertenza. Ma hanno superato qualsiasi immaginazione boicottando la formazione di una cooperativa di lavoratori che voleva essere una soluzione allo stallo delle trattative, proponendo che fossero gli stessi operai a gestire la fabbrica e riprendersi lo stabilimento e il territorio. Hanno fatto schifo cercando di sminuire il nostro progetto, coinvolgendo sia il Pd che la destra sulla necessità di trovare un padrone… non sia mai .
Di fatto siamo divisi su tutto, non si può continuare a credere che tutti i giochi fatti ai tavoli di trattativa, le dichiarazioni e le amicizie tra sindacalisti e certi dirigenti di Confindustria siano superabili con appelli “all’unità dei lavoratori”. L’unità dei lavoratori della Bekaert l’hanno infranta loro quando, carta canta, hanno affermato che anche una soluzione per metà lavoratori andrebbe bene mentre si è sempre detto davanti ai cancelli che tutti i lavoratori devono essere riassorbiti da chi eventualmente subentrerà …sul tipo slogan NO TAV “si parte e si torna insieme”.

Sono tantissime le fabbriche che anche in Toscana sono chiuse in questi anni, spesso esternalizzate all’estero nonostante le misure governative avessero promesso di impedirlo. Pensi che possa esserci in Italia e anche in Toscana un futuro per il settore industriale, quali condizioni e garanzie sarebbero necessarie dal punto di vista dei lavoratori per questo rilancio?

R) Come ho già citato solo una visione strategica statale può far si che alcuni settori tipo la siderurgia o anche quello energetico non possano essere prede di multinazionali estere o italiane. Non si può pensare che, appunto, produzioni importanti che coinvolgono migliaia di lavoratori anche dell’indotto siano in balia di azionisti o fondi pensione che nulla hanno a che fare con la ridistribuzione della ricchezza. Ma per questo mi viene da sorridere quando alcuni compagni di sinistra si appellano allo Stato senza capire che questo Stato non può cambiare la sua conformazione capitalista se non costretto da una mobilitazione dei lavoratori, di classe. Anche fare appelli all’applicazione di alcuni articoli della Costituzione riguardanti la tutela del lavoro lo trovo inutile se non accompagnato da una messa in discussione dell’intero sistema, non dico di non procedere per tappe vista la situazione oggettiva ma perlomeno iniziamo a far capire che questo sistema non è riformabile, non lo è mai stato.