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Coronavirus: intervistiamo Mario Avossa, chirurgo, compagno della Cub Sanità e del FLNA

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Il Coronavirus è ormai un’emergenza sanitaria conclamata, l’Italia si è appena guadagnata la maglia nera in Europa per il numero di contagi, i media hanno iniziato a fomentare la psicosi e, come spesso accade in questi casi, le masse popolari faticano a filtrare i fiumi di informazioni, a inquadrare correttamente la situazione e a comportarsi adeguatamente.

Intervistiamo Mario Avossa, compagno della Cub Sanità e del Fronte di Lotta No Austerity e chirurgo dell’Azienda Ospedaliera Universitaria “OO. RR. S. Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona” di Salerno.

Mario, per prima cosa vorremmo capire l’entità di questa emergenza, contro quale tipo di virus dobbiamo misurarci?

Il principio è che non bisogna banalizzare qualsiasi malattia, sia individuale che collettiva. L’epidemia è reale, non immaginaria. Il coronavirus Covid 19 è un virus a Rna classificato come specie separata rispetto ai mixovirus influenzali. Molto diffusivo, è responsabile di una sindrome influenzale generica. Le complicanze sono percentualmente un po’ superiori rispetto a quelle dei comuni mixovirus influenzali perché è un virus di recente mutazione e risulta biologicamente più aggressivo. La mortalità è dello 0.4% mentre quella influenzale è circa lo 0.1 %. In entrambi i casi, tuttavia, le complicanze mortali attingono persone già molto deboli per patologie in atto: insufficienza renale, cardiaca o respiratoria, diabete mellito insulinodipendente, immunodepressioni primitive o secondarie, malattie neoplastiche in stadio avanzato; o anche semplicemente senilità inoltrata. Le complicanze ricorrono nel 15 % circa dei casi e sono essenzialmente respiratorie, polmoniti virali, in quota un po’ superiore a quelle della comune influenza; e questo spiega perché le forme più gravi vanno in rianimazione, perché è necessario intubare per la presenza di insufficienza respiratoria acuta. Nella maggior parte dei casi il paziente guarisce e viene estubato. L’entità reale della cosiddetta emergenza è quella di una comune epidemia influenzale stagionale, non troppo dissimile da altre registrate negli anni scorsi. La differenza rispetto alle epidemie di influenza consiste nella capacità del sistema uomo/parassita di contagiare rapidamente molti, cioè nella velocità di propagazione, oltre che nella prognosi, come già detto.

Come possiamo ripararci dal Coronavirus nei luoghi di lavoro?

I luoghi di lavoro sono luoghi di aggregazione perché nel capitalismo è più vantaggioso raggruppare in luoghi confinati più persone. Abbiamo due tipi di contagio, fra lavoratori stessi e fra lavoratori e utenti. La prima difesa consiste nell’impedire che i lavoratori portino a casa il contagio, quindi rispettare le norme di igiene che sono state rese note a tutti: sono generiche per il semplice fatto che non abbiamo vaccini né, al momento, farmaci antivirali di efficacia riconosciuta; i lavoratori hanno il diritto di ottenere tutti i dpi necessari e di esigere che i ritmi di lavoro siano compatibili con l’uso razionale dei dpi. A latere, ricordo che l’eccesso dei ritmi di lavoro cui stiamo assistendo in questi anni è di per sé fattore patogeno. La seconda misura è proteggere i lavoratori sani da quelli ammalati: immediato screening di base in fabbrica e malattia senza detrazioni salariali e con giorni aggiuntivi; l’epidemia è riconosciuta dallo Stato come “evento catastrofico”, la Commissione di Garanzia ha perfino sospeso il diritto di sciopero, allora i lavoratori hanno diritto a giorni aggiuntivi extracontrattuali. Le OO. SS. maggiori hanno una grave responsabilità in questo. RLS e medico competente devono farsi parte attiva, non assistere passivamente o impartire fraterne rassicurazioni. I lavoratori a contatto diretto con il pubblico hanno maggiori rischi di contagio e devono esigere il diritto a indossare tutti i dpi generici e specifici per la loro mansione; hanno il diritto di abbreviare i tempi di contatto col pubblico con una più rapida turnazione, il che si può ottenere con nuove assunzioni ad hoc, non aumentando lo sfruttamento del medesimo numero di lavoratori.

Cosa non ha funzionato nelle politiche di contenimento del primo focolaio?

Domanda perspicace che richiede una risposta non scontata. Il Covid 19 ha la sua sorgente in Cina, a Wu Han, capoluogo dell’Hu Bei, nei mercati di animali, comuni nelle regioni interne arretrate, popolati da un proletariato poverissimo che la dittatura capitalista cinese ha gettato nella miseria. Le condizioni materiali della vita quotidiana, l’igiene pubblica carente, la povertà e il freddo hanno creato le condizioni ideali perché il virus mutato potesse alloggiare negli umani. L’Hu Bei ha 57 mln abitanti e il capoluogo Wu Han ha 6 mln e mezzo di abitanti. Finché l’epidemia ha interessato i ceti sociali subalterni delle regioni continentali, questa non ha destato interesse né allarme nel governo cinese centrale. Qui sta la prima sottovalutazione, piuttosto cinica. Ma quando il serbatoio è rappresentato da estese moltitudini è inevitabile che anche popolazioni contigue inizino a essere contagiate. La mobilità di tanti abitanti ha avuto l’inevitabile conseguenza della rapida diffusione del contagio. Qui il governo cinese è direttamente responsabile del dilagare del contagio, perché sapeva; ha, anzi, tacitato Li Wenliang, un giovane oculista che per primo aveva dato l’allarme: è stato arrestato e minacciato ma ormai era infetto ed è deceduto pochi giorni dopo il suo rilascio. Nota il comportamento criminale e irresponsabile del governo cinese, che è paradigmatico della ferocia della dittatura capitalista in Cina: per quanto “dipinta di rosso”, per ingannare il proletariato mondiale, l’eredità dello stalinismo è questa spietata dittatura capitalista. Quando l’epidemia è dilagata in ambiti internazionali, ormai era troppo tardi.

I lavoratori della sanità e dei trasporti, come, più in generale, tutti i lavoratori esposti al pubblico, sono ad alto rischio di contagio. La loro sicurezza è legata alla sicurezza della loro rispettiva utenza. Esistono misure ausiliarie per tutelare queste categorie di lavoratori?

Certo che esistono, si tratta di metterle in atto. Bisognerebbe intervenire su entrambi i fronti dei rispettivi gruppi di persone che hai citato. Per l’utenza, di fronte a epidemie ad alto rischio, qualunque governo deve necessariamente ricorrere alle due misure della quarantena e del cordone sanitario. Sono note da secoli e funzionano. Resta da vedere se si tratta di misure sproporzionate rispetto alla reale entità dell’epidemia, che è certamente in corso, ma non sembra essere la Peste di Atene. Sono utilissime le raccomandazioni di un’accurata e ripetuta igiene personale e delle superfici e di mantenere una distanza un po’ più che interlocutoria fra le persone. Per i lavoratori sarebbe necessario diminuire i carichi di lavoro a parità di salario e assumere nuovo personale a questo scopo, per le opportune rotazioni; non solo occorrono dpi, come detto in precedenza, ma occorre fornire libera agibilità ai locali destinati all’igiene personale dei lavoratori. Mi risulta che questi locali, quando esistono, in troppi casi non sono idonei e che spesso mancano le più comuni forniture. Occorre prestare attenzione anche all’igiene delle divise di lavoro. Per il SSN siamo arrivati al paradosso della situazione opposta a quella auspicata, con medici e infermieri ristretti da giorni nelle corsie d’ospedale ove si sono manifestati i contagi, senza il cambio, in una condizione di lavoro da incubo. I lavoratori della sanità sono dovunque tacitati da codici disciplinari interni alle aziende sanitarie locali, redatti unilateralmente dalla corporazione degli amministrativi, senza contraddittorio, recanti norme intimidatorie e vessatorie nei confronti di chi osa esternare anche il minimo dissenso.

Un’ultima domanda, Mario. Il Fronte di lotta No austerity ha redatto e pubblicato un manifesto sulla salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro che prevede il controllo dei lavoratori sulle misure da adottare a loro tutela. Credi possa essere un documento valido anche per fronteggiare emergenze come il Corona virus?

A quanto mi risulta, Il Fronte di Lotta No Austerity è finora l’unica organizzazione dei lavoratori che ha posto il problema della tutela della sicurezza e della salute in modo organico e da un punto di vista di classe. Altre Organizzazioni ne hanno prodotti di simili ma limitati a aspetti puramente rivendicativi. Il documento, un vero e proprio manifesto, è un’eccellente base di dibattito sindacale per tutto il movimento operaio. A una prima lettura, può apparire un pochino tecnico ma questa caratteristica deve essere rispettata perché ha un intento preciso: portare il dibattito operaio e sindacale a un livello superiore, senza banalizzazioni. Coloro che indulgono a semplificazioni fanno il gioco di chi poi si lamenta che “la classe operaia è torpida”. Ritengo che questo testo debba essere oggetto di attenta lettura e di dibattito da parte dei lavoratori e degli attivisti sindacali, che spesso non hanno risposte adeguate dalle dirigenze delle organizzazioni sindacali.