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Lecco, clima, ambiente e territorio minacciati in nome del profitto

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Dopo una piacevolissima interlocuzione durata diverso tempo abbiamo il piacere di intervistare in via ufficiale Edo, uno dei portavoce del comitato “Salviamo il Magnodeno” che si occupa di quanto accade e accadrà su uno dei monti che sovrastano i dintorni di Lecco.

La questione “delle cave” dalle vostre parti ha una storia abbastanza lunga. Puoi farci un po’ il quadro storico?

Il Comune di Lecco e i suoi dintorni sono ricchi di cave. Cave di vario tipo: calcare, sabbia, ghiaia…

Sul monte Magnodeno esistono oggi tre cave attive per la produzione di calcare (Vaiolo alta, Vaiolo bassa e Cornello), una cava abbandonata/dismessa (Selvetta) e una ex cava oggi trasformata nel sito dove avviene la produzione della calce nei forni dell’azienda Unicalce spa in Loc.Arcione.

Cinque siti in circa 1 km quadrato che sfruttano un prezioso giacimento di calcare, la formazione di Albenza.

Le cave erano prima più prossime alla città e i forni siti nello stesso quartiere di Maggianico. Le memorie dei suoi abitanti, storicamente segnati dalla escavazione, parlano di polveri accumulate costantemente su davanzali e balconi, forni a nafta con fumate nere o bianche al momento dell’idratazione della calce, esplosioni di mine che facevano tremare i vetri, sassi sui tetti, ecc…

Negli anni ’90, i forni sono stati spostati nella ex cava in Loc.Arcione, circa 100 metri sopra il rione grazie al nuovo avvio della cava di Vaiolo Alta dagli anni ’70-’80.

L’autorizzazione di venerdì 14 maggio contro cui ci battiamo è riferita proprio a questa cava, la più recente, la più alta nonché la più sfruttata.

A livello di opposizione a questa vera e propria devastazione siete i primi oppure ci sono stati altri comitati di lotta o altre forme di mobilitazione?

Circa 10 anni fa, dal 2012, nella Provincia di Lecco è stato discusso il nuovo Piano Cave. L’iter, col passaggio per i pareri dei Comuni della Provincia, si è concluso con l’approvazione regionale nel 2015.

In quell’occasione, numerose associazioni locali si opposero, presentando osservazioni e producendo materiale divulgativo che dimostrava lo scoramento tra il trend di mercato e un piano cave molto generoso soprattutto per le cave ubicate nel Comune di Lecco.

Il 14 maggio, si è tenuta la Conferenza di Servizi decisoria per l’ampliamento della cava di Vaiolo Alta sul monte Magnodeno a Lecco. All’interno del provvedimento autorizzatorio unico regionale (PAUR), l’azienda Unicalce spa, controllata al 49% dalla multinazionale belga Carmeuse, ha richiesto la valutazione d’impatto ambientale (VIA) per autorizzare 2791000 di metri cubi di materiale calcareo.

L’autorizzazione viene richiesta nonostante l’azienda abbia ancora a disposizione (al gennaio 2019) oltre 2 milioni di metri cubi che permetteranno l’escavazione fino al 2024.

L’origine di questa richiesta, risale ai quantitativi previsti dal Piano Cave Provinciale approvato nel 2015 che ha individuato nel giacimento 8 milioni di materiale estraibile in 20 anni.

Il Comitato “Salviamo il Magnodeno”, nato ufficialmente a Ottobre 2020, si è costituito per contrastare questo ulteriore ampliamento, vagliando e analizzando lo studio d’impatto ambientale presentato dall’azienda e controbattendo con numerose osservazioni tecniche.

Altresì, il Comitato si è mosso sul piano informativo e divulgativo e nella ricerca di interlocuzioni politiche con le nuove forze del Consiglio Comunale lecchese ed esercitando pressioni sull’Amministrazione Comunale sforzandosi in tutti i modi per obbligarla a prendere in considerazione un tema che rappresenta un rimosso nel dibattito cittadino.

Dopo la coltivazione (come viene tecnicamente definita l’escavazione), l’attività estrattiva segue il suo ciclo produttivo lungo un nastro trasportatore di quasi 1 km che dalla cava raggiunge i due forni per la produzione di calce viva e calce idrata in Loc.Arcione appena sopra Lecco.

Si tratta di forni che comportano la produzione di quasi 200mila tonnellate di CO2 annue e rappresentano il principale contribuente alle emissioni di gas ad effetto serra della Provincia.

Purtroppo, oltre al metano, fino al 2019 l’azienda ha bruciato carbone, antracite, coke metallurgico e persino il pet-coke, passato da rifiuto speciale a combustibile grazie a Berlusconi nel 2002. Gli effetti sulla salute di questo combustibile sono purtroppo ben noti a tutti.

Puoi spiegarci brevemente gli obiettivi del Comitato?

Prendendo dall’atto costitutivo del Comitato “Salviamo il Magnodeno”:

la cessazione in tempi molto brevi dell’escavazione e della produzione di calce; ottenere un ripristino ambientale qualitativamente valido e attentamente controllato, valorizzare l’ambiente montano, antropico e paesistico di questa montagna e sensibilizzare le persone a porsi come soggetto collettivo di interlocuzione con gli Enti e in grado di promuovere, eventualmente, azioni legali.

Domanda delle domande, per voi come vedete la questione “lavoro/lavoratori” all’interno della vostra più che legittima vertenza?

Fin dall’inizio, con il lancio di una petizione che ha raccolto oltre 33.500 firme (più della metà dei cittadini di Lecco), abbiamo sottolineato l’importanza di pensare ad una trasformazione del lavoro di chi ora lavora in cava (16 persone). La Legge Regionale 14/98 prevede il pagamento di oneri di escavazione da parte dell’azienda nei confronti dei Comuni su cui insistono le cave.

Si tratta di soldi pubblici destinati al ripristino ulteriori e alla destinazione d’uso del pubblico.

Terminata l’escavazione e il ripristino ambientale eseguite dall’azienda, i lavoratori, con un’intelligente programmazione comunale, potrebbero essere ulteriormente coinvolti per anni in ulteriori opere di ripristino e di conversione al pubblico.

Inoltre, oggi parliamo di un’autorizzazione che porterebbe il termine al 2034 ma ad oggi l’Azienda avrebbe quantitativi estraibili e autorizzati fino al 2024.

Purtroppo, dopo avere ricevuto il tiro incrociato delle rappresentanze di categoria dei tre grandi Sindacati confederali, abbiamo dovuto far notare che non sia il Comitato a sottovalutare il tema o a presagire una liquidazione dei lavoratori ma è bensì l’Azienda a soffiare sulla loro agitazione dopo aver scritto nero e bianco che, qualora l’autorizzazione non venisse ottenuta, i lavoratori possono essere liquidati.

Chi ricatta chi? Un Comitato di cittadini che ha pensato e proposto fin da subito a come intervenire sui lavoratori o una mutinazionale da 153 milioni di fatturato annuo che fa la voce grossa e senza problemi afferma che senza autorizzazione i lavoratori sono a rischio?