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Uniamo ed estendiamo le lotte contro i padroni e i loro governi! 

28' di lettura

Report della 6° Conferenza nazionale del Flna

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Documento politico

Il contesto internazionale

L’attuale contesto internazionale è caratterizzato da una profonda crisi dell’ordine mondiale capitalistico, che accentua i propri caratteri di sistema in decadenza. La decrescita economica, iniziata con la crisi del 2007-2009, è lungi dall’essere superata, è anzi peggiorata dopo la pandemia. Mentre le masse dei Paesi più poveri (che rappresentano la gran parte del globo) sprofondano nella miseria più assoluta – pensiamo a quello che sta avvenendo in Africa, Asia, Sud America ed Est Europa – i Paesi capitalisti più ricchi registrano una crescita anemica, che non inverte le tendenze recessive globali: lo stesso Draghi ha ammesso che si rischia a breve una recessione in Europa. Tutto questo accentua la competizione tra le economie più ricche, in particolare tra Usa e Cina. La catastrofe ambientale – provocata da una gestione miope e funzionale solo al profitto delle risorse e della produzione – è sotto gli occhi di tutti: intere zone del Pianeta si stanno letteralmente distruggendo e il fenomeno dei cosiddetti “rifugiati climatici” è destinato ad accentuarsi.

Le politiche di rapina coloniale si inaspriscono, con l’esplosione di nuovi conflitti militari su scala globale: fenomeni significativi in questo senso sono stati, negli ultimi mesi, la guerra in Ucraina e l’esplosione il conflitto in Palestina. La corsa agli armamenti è ormai un dato di fatto per la gran parte dei Paesi imperialisti: le spese militari sono in costante aumento a scapito delle spese sociali (istruzione, ricerca, sanità, trasporti, ecc) e della tutela dell’ambiente. I più colpiti sono i settori più oppressi della classe lavoratrice: donne, neri, immigrati, comunità LGBTQIA+, ecc, che spesso diventano il capro espiatorio della crisi economica e sociale. Anche per le giovani generazioni si prospetta un futuro di disoccupazione e precarietà lavorativa sempre più estreme.

La decadenza del sistema capitalistico si esprime con fenomeni contraddittori: da un lato una crescente instabilità (guerre, colpi di Stato, ecc.) e il radicamento di forze politiche populiste e di estrema destra, da un altro lato l’ascesa di proteste di massa e, in minor misura, di lotte operaie. Dall’Italia alla Germania, è evidente che la destra populista e razzista cavalca il malcontento popolare, approfittando dell’assenza a sinistra di radicate organizzazioni politiche e sindacali in grado di trasformare il malcontento in una messa in discussione del sistema capitalistico e dello sfruttamento. Al contempo, le mobilitazioni in corso in tutto il mondo per la Palestina, la recente protesta di massa e operaia in Francia, gli scioperi prolungati dei lavoratori inglesi e degli operai statunitensi (quest’ultimi sono riusciti a strappare aumenti salariali significativi) indicano la possibilità di un cambio di rotta. A queste mobilitazioni i governi di tutto il mondo, senza eccezioni, rispondono con la repressione e la riduzione dei diritti di sciopero e manifestazione. Si accentuano anche le politiche repressive nei confronti degli immigrati, come dimostra la strage quotidiana nel Mar Mediterraneo e su altre rotte migratorie (Balcani, Est Europa, ecc.).

È necessario costruire, in Italia come nel mondo, strumenti di unità delle lotte e fronte unico che permettano di rilanciare la lotta di classe su scala globale, unificando le rivendicazioni della classe lavoratrice con quelle dei settori doppiamente oppressi e dei giovani.

Per questo, il Fronte di Lotta No Austerity aderisce alla Rete sindacale internazionale di solidarietà e di lotta che ha come obiettivo principale quello di creare sostegno e solidarietà reciproca su scala globale. Occorre proseguire su questa strada, rafforzando l’unità d’azione sindacale e politica tra le organizzazioni del movimento operaio, al contempo smascherando le direzioni burocratiche opportuniste e complici di governi e padroni.

Quadro politico nazionale. Un anno di governo di destra

Dovendo proporre una sintesi del primo anno del governo Meloni, saremmo tentati dall’usare il registro comico. Sono tante e tali le gaffe, le ridicolaggini, le vere e proprie scempiaggini che Meloni e il suo governo ci hanno elargito a piene mani che ci verrebbe voglia di riesumare la famosa frase: “Sarà una risata che vi seppellirà”. Questa della risata collettiva, di massa e di classe (nei due sensi: perché la classe lavoratrice è ora che aspiri all’eleganza, contro la cafonaggine intollerabile degli odierni padroni) potrebbe essere una nuova strategia di lotta. Non è detto che sarebbe perdente. Non essendo Meloni una persona seria ma un’underdog da avanspettacolo, ci ha messo un attimo a dismettere i panni della passionaria fascistoide, a dimenticare la sua carriera nella destra sociale e a vestire abiti istituzionali, ponendosi in netta continuità con il governo Draghi.

Ricordiamo che la Legge di bilancio mette in campo 28 miliardi di euro, con coperture in extra deficit per 15,7 miliardi; a tutti i Ministeri sono stati richiesti tagli, per una cifra complessiva di 5 miliardi. I capitoli di spesa più onerosi, Sanità, Istruzione, Università e Ricerca si ritroveranno, come al solito, con risorse risicate. Per la Sanità indichiamo un aspetto emblematico presente nella Bozza: si provvederà ad abbattere le liste d’attesa attraverso la detassazione degli straordinari del personale sanitario e le nuove indennità di premio legate al taglio, appunto, dei tempi. Ecco come si rimedia, secondo Meloni, alla carenza di personale. Come lavorerà un personale che è già sotto organico, una volta istigato a fare gli straordinari? I cosiddetti incrementi per i fondi destinati alla Sanità non riescono a coprire le maggiori spese legate all’inflazione. Per l’Istruzione, come al solito, mancano soldi, anche se il ministro Valditara si dichiara soddisfatto per i 5 miliardi di euro a decorrere dal 2024 per rinnovare i contratti del pubblico impiego: al 31 dicembre 2021 i dipendenti pubblici erano 3.239.000 e 1,2 milioni erano lavoratori della scuola. E quindi, dividendo i 5 miliardi per 3 milioni e passa di lavoratori non c’è da aspettarsi granché. Il capitolo Università e Ricerca, infine, già devastato dalle catastrofiche conseguenze della Legge n. 240 del 2010, si chiude con il pantano di una riforma (assolutamente insufficiente a risanare i danni della cd “Riforma Gelmini”, con cui, peraltro, è in piena continuità), che neppure riesce a partire per la pressoché totale assenza di risorse stanziate. Nel frattempo, assistiamo a una sempre maggiore contrazione del diritto allo studio, che trasforma l’Università pubblica in un luogo sempre più elitario, classista e inaccessibile per i figli delle classi medie e popolari (aumento delle tasse, riduzione delle borse e degli alloggi pubblici, caro affitti, …). Dall’altro lato, il sottofinanziamento sistemico consegna decine di migliaia di giovani ad uno status di sfruttamento, discontinuità e lavoro povero strutturali. Tali figure professionali (sulle cui spalle poggia il peso maggiore della ricerca e una parte consistente della didattica), sempre più precarie e sotto le enormi pressioni della competizione per qualche briciola, private della prospettiva di indipendenza economica e di una vita “normale”, sono sempre più esposte a forme anche gravi di malessere psicologico.

La questione del reddito, centrale affinché nel nostro Paese si ripristini un minimo di giustizia sociale, viene affrontata da Meloni e dai suoi sotto forma di mance e mancette gentilmente concesse al popolino. Basta leggere il rapporto di Mediobanca sull’inflazione (leggetelo e arrabbiatevi: https://www.areastudimediobanca.com/it/product/dati-cumulativi-di-2150-societa-italiane-2023) per capire dove stia il problema: nel 2022 l’industria italiana ha avuto una crescita del fatturato nominale del 30,9% e di quello reale dello 0,6%, accompagnata da “performance decisamente positive” sul fronte della redditività, con utili cresciuti del 26,2%; i lavoratori dipendenti e le pseudo-Partita IVA in appalto e subappalto, invece, hanno subito una perdita di potere d’acquisto attorno al 22%. Insomma, imprenditori grandi e meno grandi sono protetti contro l’inflazione mentre i lavoratori, in mancanza di meccanismi perequativi (qual era la scala mobile), subiscono una perdita secca. Meloni non vuol sentire parlare né di reddito di cittadinanza né di salario minimo – intanto la povertà relativa ed assoluta crescono, anche a causa dell’inflazione (vedi Report sulla povertà nel 2022). Quanto alle politiche attive per il lavoro, Meloni ha convocato il CdM il Primo Maggio 2023 e, come primo gesto, ha tolto di mezzo il reddito di cittadinanza.

Fiore all’occhiello di questo esecutivo parrebbe il taglio del cuneo fiscale. Ma attenzione: le risorse destinate ai lavoratori con reddito annuo inferiore a 35.000 euro vengono sottratte alla fiscalità generale. E quindi le poche decine di euro in più andate ai lavoratori si tramuteranno in un decremento dei servizi. Peggio ancora va sul fronte pensioni: altro che “abolire la Fornero”! Ormai si è a “quota 103”, con una finestra che porta in realtà a “quota 104” e si prospettano tagli pesanti per gli statali che andranno in pensione nel 2024, il cui assegno pensionistico dovrebbe essere calcolato tutto sul contributivo. E le politiche ambientali? 15,9 miliardi destinati al dissesto idrogeologico, la valorizzazione del territorio, l’efficienza energetica dei comuni etc. sono stati cancellati dal Pnrr. Di più, per l’ambiente, non si poteva fare! A Salvini, però, non hanno tolto il suo giochino preferito, la costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina, che alterna con la restrizione del diritto di sciopero.

Non ci sono soldi per assunzioni, stipendi pubblici, scuola, sanità, università e ricerca, ambiente ma per le armi sì. L’Italia sta finanziando due guerre: e nel decennio 2013-2023 l’aumento in termini reali della spesa militare (dati Nato) è stato in Italia del 26%, quello dell’acquisto di armamenti è stato del 132%: intanto il Pil italiano è cresciuto dell’8%.

Infine, Meloni tenta il colpo grosso istituzionale: il premierato. Leggesi: a prescindere dai voti effettivamente ottenuti, alle forze politiche che sostengono il candidato premier più votato andrà il 55 per cento dei parlamentari. Di nuovo, rispetto a Draghi, Meloni ha portato i suoi slogan: la denuncia della denatalità (poi in Finanziaria tassano pannolini e prodotti per l’infanzia), la “lotta contro i trafficanti e la difesa del diritto a non emigrare”, la scuola del “made in Italy”, la “sovranità alimentare”, la repressione dei rave party ed altro: i molteplici successi di Meloni e dei suoi paladini si trovano elencate in questa brochure: https://www.fratelli-italia.it/wp-content/uploads/2023/09/1-anno-risultati_Impaginato.pdf E lo slogan “Dio, Patria, Famiglia” è sempre il più adatto a rappresentare questa destra impresentabile: naturalmente, la Patria e Dio sono le due istanze d’ordine per tener buono il popolino. Quanto alla Famiglia, si tratta sempre di quella dei sudditi. Quanto a loro, divorziano, si accoppiano e si scoppiano mentre sgranano il rosario. L’unica domanda cui è difficile dare risposta è come mai una parte dei ceti popolari li abbia sostenuti con il voto e come mai, visti i tanti affronti alla democrazia, alla giustizia e al comune senso del pudore le piazze non si siano riempite di folle in protesta. Il compito che ci poniamo come Flna è quello di denunciare la portata regressiva di un disegno sociale che da trent’anni ci fa scivolare sempre più in basso; è quindi quello di spiegare, informare ma soprattutto ribadire la necessità di cambiare in meglio il nostro mondo a partire da adesso.

Analisi dell’attuale situazione sindacale del nostro Paese

1) Il sindacalismo confederale

Gli apparati deigrandi sindacati confederali italiani, in particolare Cgil, Cisl e Uil, con Ugl e – nei trasporti – Orsa che ne seguono le orme seppur con accenti ideologici almeno apparentemente caratterizzati, sono oggi piegati alla logica del potere economico e finanziario, che è alla base della solidità delle proprie strutture burocratiche, fatte da migliaia di funzionari e strutture periferiche dedite ai servizi.

Di fatto queste grandi organizzazioni sindacali, che hanno segnato le più importanti mobilitazioni nella storia del nostro paese, oggi rappresentano le stampelle e persino gli alfieri privilegiati del sistema, intervenendo fisiologicamente per stemperare ogni sussulto di rivolta e addomesticare le vertenze che sfuggono alle regole della concertazione in cambio di enormi vantaggi economici come sedi gratuite, distacchi sindacali, gestione dei fondi pensione, gestione del welfare aziendale, persino presenza nei consigli di amministrazione. Una logica tossica che, in cambio di benefit, assicura pace sociale e solidità alle oligarchie economiche al potere mentre, per contro, schiaccia diritti, tutele e aspettative di lavoratrici e lavoratori, come dimostrano 50 anni di contratti collettivi nazionali al ribasso in tutti i settori, precariato selvaggio, dilagare del modello appalti e precariato, esternalizzazioni, delocalizzazioni, sfruttamento generalizzato, disoccupazione di massa e mancanza di salute e sicurezza nei posti di lavoro, solo per denunciare alcuni dei maggiori effetti della moderna concertazione. Tali organizzazioni guidate da dirigenti venduti e opportunisti che hanno tradito i lavoratori e le loro storiche lotte, hanno ormai superato un punto di non ritorno. Di qui l’importanza di intercettare la base critica e combattiva all’interno di questi sindacati e connetterla ad altre importanti lotte del sindacalismo conflittuale.

2) Il sindacalismo di base e autonomo

L’alternativa alla deriva del sindacalismo concertativo è stata, negli ultimi decenni, lo sviluppo del sindacalismo di base che mira, quantomeno in termini di principio, a rilanciare la combattività radicale del primo sindacalismo degli 50/60/70 del nostro Paese, mirando a rilanciare la mobilitazione dal basso verso l’alto, puntando sul protagonismo diretto dei lavoratori.

Tale modello, sviluppatosi fin dagli anni 70 in molteplici identità della sinistra italiana, legate a aree marxiste, libertarie, autonome, ha dato vita anche agli attuali sindacati di base italiani: un’enormità di sigle le cui direzioni vanno a costituire un mondo (macro o micro secondo i punti di vista) conflittuale e litigioso, impegnato a conquistare spazi di esistenza, e quindi tessere utili alla sopravvivenza della propria struttura, come obiettivo primario che spesso prevarica quello puro delle lotte e dei diritti.

Questa deriva di fatto concertativa, che tende a riprodurre logiche simili a quelle dei grandi sindacati confederali, è dimostrabile da alcuni elementi incontrovertibili, in particolare la firma di numerosi accordi aziendali, la firma del Tur, la presenza massiccia di funzionari negli organi di dirigenza,

lo sviluppo degli apparati burocratici che trasformano strumenti di lotta in enti di lavoro fini a sé stessi, concentrati più sul proprio rendiconto economico che sugli interessi della collettività. Soprattutto assistiamo a una rinuncia complessiva a progetti di trasformazione rivoluzionaria, in quanto essi stessi sono ormai parte integrante di un sistema che dunque non possono mirare ad abbattere.

Va inoltre aggiunto che contrariamente a un periodo virtuoso di alcuni anni in cui i maggiori sindacati di base hanno costruito insieme alcune stagioni di lotta importanti, assistiamo al momento a una divisione e a una concorrenza egemonica tra le più accese mai viste, con vertenze, scioperi e manifestazioni spesso concorrenti.

Oggi inoltre assistiamo al fiorire parallelo di una miriade di sindacati autonomi fortemente corporativi, che hanno purtroppo un crescente successo soprattutto nel pubblico impiego e, puntando sull’individualismo spesso autoreferenziale, difendono singole categorie e persino singole figure professionali, macinando proseliti, diventando in alcuni casi esperienza maggioritaria (vedi il Nursing in sanità o lo Snals e la Gilda nella scuola). In realtà la pretesa di ottenere vantaggi anche se a scapito di altri lavoratori, in sostanza tirando la coperta stretta verso di sé, costruisce vittorie economiciste solo fittizie in quanto non indebolisce il sistema, non scalfisce il potere dei padroni e della borghesia ma anzi li rafforza, mettendoli in condizione di riprendersi in qualsiasi momento quanto concesso, con gli interessi. Per questo il sindacalismo autonomo e corporativo è un modello pericoloso e negativo che va ostacolato e superato.

3) missione del sindacalismo combattivo

Crediamo che comunque la strada del sindacalismo base, in termini concettuali, sia corretta e quindi la possibilità di radicalizzare le lotte e i modelli organizzativi interni al sindacalismo di base sia ancora possibile. Infatti il compito degli attivisti sindacali combattivi, ovunque collocati, resta nell’immediato, quello di continuare a proporre internamente modelli organizzativi e obiettivi di tipo rivoluzionario e, al contempo, lavorare per la unità delle lotte indipendentemente dalle sigle che seguono le vertenze; infine favorendo lo sviluppo di mobilitazioni autorganizzate dal basso in ogni luogo di lavoro e di sfruttamento. Peraltro non escludiamo l’opportunità di iniziative e strumenti sindacali nuovi (comunque si formino purché rafforzativi dell’esistente) che più degli attuali possano rappresentare la classe operaia, per organizzare le lotte necessarie al nostro riscatto; tanto meglio se queste esperienze nasceranno in futuro dalle nuove generazioni.

4) l’obiettivo del fronte di lotta no austerity

Il Fronte di Lotta No Austerity si pone l’obiettivo di rafforzare in Italia le mobilitazioni dei lavoratori e dei movimenti con la costruzione di iniziative di solidarietà reciproca e unità d’azione e di sciopero, sulla base di una discussione realmente democratica al proprio interno. Troppo spesso le direzioni sindacali e politiche del movimento operaio, grandi e piccole, antepongono la difesa dei propri interessi particolari (spesso interessi di apparato) alla necessità di costruire un’azione di fronte unico su larga scala, indipendentemente dalle sigle di appartenenza. Ne sono un esempio le azioni di sciopero frammentato e divise, che, in questi anni, non hanno fatto altro che rafforzare i padroni e i governi, ostacolando l’ascesa di una mobilitazione di massa in Italia. Il Flna mette a disposizione le proprie forze per invertire queste tendenze distruttive.

La salute non è una merce!

LA SALUTE NON E’ UNA MERCE, LA SICUREZZA SUL-DEL LAVORO NON E’ UN “COSTO” DA RIDURRE O ELIMINARE, PER GARANTIRE IL PROFITTO DI POCHI A DANNO DI TANTI-E.

Uno degli impegni e responsabilità rilevanti sui posti di lavoro e sui territori, non solo delle organizzazioni sindacali combattive, da associazioni e comitati nati negli ultimi 50 anni, riguarda la tutela della salute sul lavoro e la sicurezza negli ambienti e luoghi di lavoro, oltre ai territori dove sono insediate strutture del sistema produttivo, dei servizi, del commercio e dei trasporti, nel settore dell’agricoltura come in quello estrattivo o di produzione di energia, sono divenute sempre più, oggetto di inquinamento ambientale, dissesti idrogeologici, produzioni nocive e speculazioni edilizie, che vanno a coinvolgere perfino le pubbliche amministrazioni, da quelle statali, alla scuola, alla sanità, fino agli enti locali e alle aziende pubbliche.

Lo sviluppo economico dagli anni ’60 del secolo scorso fino ai giorni nostri, le innovazioni tecnologiche, le questioni relative allo scarico di residui nocivi delle produzioni industriali e agricolo-industriali, sono andate di pari passo con la crescita di importanti conquiste anche sul piano normativo, in materia di salute e sicurezza come in generale della legislazione del lavoro e di protezione sanitaria, ottenute spesso con grandi sacrifici e movimenti di lotta che hanno costretto governi e parlamento, in Italia prima e poi anche con le disposizioni comunitarie nell’Unione Europea poi, a riconoscere diritti e forme di tutela, controllo e vigilanza su questi aspetti per nulla secondari del rapporto di lavoro e con i diritti pubblici, collettivi e diffusi, a favore non solo delle classi lavoratrici, ma di utenza e cittadinanza. Una maggiore consapevolezza si era progressivamente acquisita, da parte di operai e operaie, impiegati e tecnici, della stessa “forza lavoro in formazione”, studentesse e studenti, che oltre al lavoro e allo sviluppo, all’occupazione e al salario, era importante tutelare questi beni fondamentali come la salute e la sicurezza, di cui persino la Costituzione italiana in vigore, nel 1948 riconosceva la rilevanza come bene universale da tutelare e proteggere. Alle prime norme in materia, dall’articolo 2087 del codice civile (del 1942…), fino alla legislazione di tutela dagli effetti devastanti della produzione e commercializzazione di prodotti, edili e non solo, derivanti dall’amianto (dichiarato pericoloso con effetti mortali fin da lontano 1906), si arriva all’articolo 9 della legge 300 1970 (lo Statuto dei lavoratori…e delle lavoratrici dovremmo aggiungere) e poi con l’applicazione delle varie disposizioni comunitarie, dalla prima con il Decreto legislativo 626 del 1994, fino all’attuale D. Lgs. 81 2008. .

NON E’ ORO TUTTO QUEL CHE LUCCICA: LE FASI CARDINE DI OBBLIGO DATORIALE, SULLA SICUREZZA E SALUTE SUL-DEL LAVORO, DI PREVENZIONE E DI INFORMAZIONE, DI FORMAZIONE E ADDESTRAMENTO, poste e ribadite anche dalla legge, SONO SPESSO DISATTESE o effettuate in modo approssimativo e superficiale, anche per quanto riguarda le disposizioni e le indicazioni formative e di aggiornamento periodico, sui molteplici fattori di rischio e di pericolo o le misure e i provvedimenti da adottare per il DVR (Documento di Valutazione dei Rischi). Aumentano al di là dei dati statistici pur impressionanti, GLI INCIDENTI MORTALI e gli infortuni sul lavoro, anche quelli “in itinere” durante il tragitto per recarsi o più spesso, per tornare dal lavoro, dove indicono carichi di lavoro anche eccessivi, precarietà nelle condizioni di svolgimento delle mansioni e funzioni, ritmi accelerati per terminare prima le lavorazioni o rispondere a richiesta padronali di aumento della flessibilità e della produttività, con promesse di premi economici o di stabilizzazione lavorativa, così come delle patologie e malattie professionali. Questo non solo per i casi accertati ufficialmente e denunciati all’INAIL o agli Ispettorati Territoriali del Lavoro ITL e con verifiche ispettive dalle competenti Aziende Sanitarie Locali ASL, questi ultimi organi alle prese con organici insufficienti a coprire le attività di controllo, preventive e di vigilanza, rispetto al numero delle aziende presenti sul territorio nazionale, in considerazione anche dell’età media di “vita” di imprese o cooperative (in media tra gli e 10 anni, poi si cambia denominazione ma la …musica rimane la stessa) e dal numero inferiore ai 15 dipendenti ufficiali, che fa scattare l’applicazione piena ed integrale non solo della Legge 300 1970, ma dei processi di controllo sull’organizzazione del lavoro da parte delle strutture sindacali interne. Fenomeni accentuati nella miriade di aziende, imprese anche individuali, cooperative, con attività svolte da coloro che lavorano nei servizi in appalto, esternalizzati dove la filiera di lavori prevede diversi passaggi tra le società committenti, quelle titolari degli appalti e quelle magari in sub-appalto o che usano manodopera anche non in regola con le leggi di tutela o la corretta contrattualizzazione. Lo stesso meccanismo degli APPALTI che genera quelli che vengono fatti passare come “errori umani” o come altre cause se non portano al riconoscimento formale di infortuni, malattie e patologie professionali. La funzione primaria di ELIMINAZIONE E RIDUZIONE AL MINIMO “TECNOLOGICAMENTE E SCIENTIFICAMENTE SOSTENIBILE”, DI OGNI FATTORE DI RISCHIO E PERICOLO per l’incolumità fisica di chi ci lavora o, come nel caso della strage ferroviaria di VIAREGGIO, di cittadini e cittadine, viene disattesa e la sicurezza come la salute diventano un costo aziendale da ridurre o da abbattere, per garantire livelli alti di competitività, di produttività con richieste sempre maggiori di flessibilità nelle prestazioni, un valore di scambio iniquo come per le merci prodotte, per ottenere margini di profitto di pochi a danno di tanti e tante. Va ribadita la funzione anche per FLNA, di denuncia e segnalazione pubblica di questi fattori continui di rischio e di pericolo, di informazione e di formazione/aggiornamento per la sicurezza sul-del lavoro, come obiettivi da sostenere e da promuovere anche con campagne specifiche nei luoghi di lavoro come nelle scuole o nelle università, dove viene formata la forza lavoro, come la promozione e sostegno per l’elezione diretta della figura di RLS (Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza) nelle imprese e cooperative sotto i 15 dipendenti e l’elezione o designazione (art 47 comma 4 D. lgs. 81 2008 come già per l’articolo 9 della legge 300 1970) di tale figura nelle imprese più grandi, all’interno delle rappresentanze sindacali aziendali interne; uno strumento utilissimo per contrastare le inadempienze e le omissioni padronali pericolose in materia, affiancandosi a comitati e associazioni sui territori, con esperti che possano affiancare le iniziative e le lotte per ottenere la piena applicazione delle leggi e delle norme di tutela, come una rinnovata coscienza tra lavoratori e lavoratrici, funzionale allo sviluppo dei movimenti di lotta e di pratica, di massa, autorganizzata a livello di autodifesa collettiva, per il superamento dello stato di cose presenti. 

Firenze, 18 novembre 2023

Approvato all’unanimità dalla 6° Conferenza nazionale del Fronte di Lotta No Austerity

Solidarietà alla popolazione palestinese sotto attacco

Mentre si sta svolgendo la 6° Confrenza del Flna, il genocidio messo in atto dallo Stato sionista d’israele, avamposto dell’imperialismo occidentale in Medio Oriente, ha già superato la drammatica cifra di 11.000 morti, di cui la metà minori tra bambini e adolescenti. Una strage spietata, con ospedali bombardati e irruzioni armate, corrente elettrica e acqua tagliate, bambini nelle incubatrici morti per assenza di energia elettrica e ossigeno.

Nonostante gli ingenti sforzi dei media per falsificare la realtà, le piazze di tutto il mondo si stanno riempiendo di milioni di persone che manifestano in sostegno della Resistenza del popolo palestinese, che da 76 anni si sta opponendo alle deportazioni, alle torture, ai bombardamenti e alle privazioni dei più elementari diritti umani, vivendo in condizioni di apartheid, sia a Gaza che in Cisgiordania.

Il Fronte di Lotta No Austerity esprime solidarietà al popolo palestinese e parteciperà attivamente alle manifestazioni in sostegno della sua eroica Resistenza.

Firenze, 18 novembre 2023

Approvata all’unanimità dalla 6° Conferenza nazionale del Fronte di Lotta No Austerity

Uscire dall’assedio

Analizzando dati, cause e attuali condizioni del movimento di opposizione e resistenza  all’attuale stato delle cose crediamo che occorra puntare al rilancio della propositività del Fronte perché non rimanga una passerella di situazioni di lotta come si è visto nell’ultimo periodo e fare da stimolo per riuscire a far  scaturire proposte da poi condividere.

Trovandoci di fronte a una catastrofe sociale che ci sta venendo addosso dal capitalismo  sovranazionale, abbiamo il dovere di allertare tutte le componenti del Fronte ad attuare  percorsi di solidarietà attiva tra le componenti e le lotte sui territori. 

Occorre predisporre una programmazione coordinata (ma anche a volte centralizzata)  delle modalità operative per arrivare all’obiettivo.

Mettere in campo iniziative a livello locale e anche nazionale appellandosi a tutti i settori in lotta, in maniera condivisa e coordinata, evitando percorsi escludenti ci consentirà di  arrivare ad avere una forza di mobilitazione non più solo locale o settoriale.

Chi ha le spalle al muro deve attaccare e tentare una sortita dall’assedio… 

Preso atto che per sostenere le lotte, le vertenze dure che sempre più ci si presentano  davanti, oltre che per avere operatività pratica e propagandistica, abbiamo bisogno di  risorse, proponiamo dare mandato al Coordinamento nazionale di allargare il Gruppo di lavoro COMUNICAZIONE anche a chi si può  occupare di finanziamento del Fronte, attraverso iniziative sia politiche che culturali che di  mutuo soccorso.

Diventerebbe così “COMUNICAZIONE E FINANZIAMENTO”.

AGGIUNGENDO NUOVI COMPAGNI E COMPAGNE DALLE VARIE SITUAZIONI DI  LOTTA DEL PAESE A QUESTO GRUPPO DI LAVORO 

ABBIAMO ANCHE IL DOVERE DI PENSARE A COME DIFENDERE LE LOTTE E I SUOI  PROTAGONISTI, come si sta nelle piazze e nei cortei, ai presidi o ai picchetti, e sarà  doveroso che chi ha strumenti e possibilità prenda in mano il “PROBLEMA DELLA  FORZA” 

Firenze, 18 novembre 2023

Approvata dalla 6° Conferenza nazionale del Fronte di Lotta No Austerity

Odg 25 novembre e oppressioni

La sesta Conferenza nazionale del Flna ribadisce la centralità della lotta contro le oppressioni, sia nella società sia all’interno delle organizzazioni dei lavoratori e delle lavoratrici. Il governo Meloni è un governo di estrema destra, padronale e reazionario, che attacca i settori più deboli della classe lavoratrice. Dal Decreto Cutro agli attacchi alle “famiglie arcobaleno” è evidente il carattere omofobo e razzista delle politiche governative.

La presenza di una premier donna non migliora la condizione delle donne: femminicidi e violenze sono in continuo aumento, mentre un’ideologia reazionaria, centrata sui temi della “famiglia” e della “natalità”, ha come obiettivo relegare le donne al ruolo di cura. Ideologia che va di pari passo con i tagli ai finanziamenti all’istruzione e ai servizi pubblici (asili nido, scuole, consultori ecc).

Maschilismo, razzismo/xenofobia e omobitransfobia dividono la classe lavoratrice, per questo è fondamentale contrastarli all’interno delle nostre organizzazioni. 

Le organizzazioni aderenti al Flna si attivano per favorire la riuscita delle manifestazioni del 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne.

Firenze, 18 novembre 2023

Approvata all’unanimità dalla 6° Conferenza nazionale del Fronte di Lotta No Austerity

Odg di solidarietà alle lavoratrici e ai lavoratori Magneti Marelli di Crevalcore

La sesta Conf. naz. del Flna esprime appoggio e solidarietà alla lotta delle operaie e degli operai della Magneti Marelli di Crevalcore contro la chiusura della fabbrica.

Gli azionisti, dopo aver fatto profitti miliardari grazie al lavoro degli operai, oggi non esitano a lasciare tutti a casa. 

Nessuna fiducia va data a questi padroni spietati, così come nessuna fiducia meritano i rappresentanti delle istituzioni e del governo, che sempre difendono gli interessi dei capitalisti, mai quelli degli operai.

Solo proseguendo e intensificando gli scioperi e la lotta, solo estendo il più possibile la solidarietà, coinvolgendo quante più realtà operaie possibili in questa battaglia, sarà possibile respingere questo attacco padronale. 

Nessuno deve restare a casa né subire trasferimenti forzati o peggioramenti salariali! 

La Marelli è degli operai e delle operaie, giù le mani dalla Marelli!

Firenze, 18 novembre 2023

Approvato all’unanimità dalla 6° Conferenza nazionale del Fronte di Lotta No Austerity

Solidarietà ai lavoratori Stellantis e dell’indotto

Il gruppo Stellantis continua in Italia la sua opera di deindustrializzazione con il tacito assenso delle istituzioni e delle direzioni sindacali confederali che non si oppongono allo scempio occupazionale in atto. La conversione all’elettrico e le strategie del gruppo a trazione francese stanno portando al ridimensionamento e alla dismissione dei più importanti stabilimenti italiani. Emblematici sono gli impianti di Grugliasco chiusi e la vendita di interi capannoni e palazzine a Cassino, nonché la produzione a singhiozzo a Mirafiori, Pomigliano e Melfi, con conseguente massiccio ricorso agli ammortizzatori sociali. Coinvolte da queste scelte strategiche sono le fabbriche dell’indotto, esplicitamente invitate da Tavares a trasferirsi in luoghi più redditizi. I 70mila dipendenti dell’indotto rischiano di vedersi scaricare addosso le crisi di un sistema che continua a garantire profitti plurimilionari ai padroni e lasciare per strada le famiglie operaie (vedi Marelli di Crevalcore, dove i lavoratori sono in lotta contro una chiusura annunciata!), per questo è necessaria una risposta della classe operaia. Il Fronte di lotta No Austerity auspica e appoggia la lotta unitaria dei lavoratori Stellantis e dell’indotto per interrompere la crisi occupazionale in atto.

Firenze, 18 novembre 2023

Approvata all’unanimità dalla 6° Conferenza del Fronte di Lotta No Austerity

Mozione di sostegno agli scioperi Usa

I lavoratori delle 3 grandi case automobilistiche negli Stati Uniti, Ford GM e Stellantis, sono stati protagonisti di una delle più grandi mobilitazioni nella storia sindacale degli Stati uniti negli ultimi 80 anni. Uno sciopero iniziato in pochi strategici stabilimenti produttivi si è allargato fino a coinvolgere circa 50 mila operai che rivendicavano condizioni lavorative e salariali migliori. I profitti record delle multinazionali e dei loro dirigenti, le condizioni di lavoro progressivamente peggiorate, le disuguaglianze salariali tra gli stessi lavoratori, l’inflazione crescente e il potere d’ acquisto diminuito, nonché la memoria dei grandi sacrifici imposti ai lavoratori a partire dalla crisi finanziaria del 2008 hanno innescato una imponente reazione operaia che ha prodotto un principio di accordo migliorativo con le case automobilistiche. Ma la vertenza continua.

La solidarietà del Fronte di lotta no Austerity va alle migliaia di lavoratrici e lavoratori statunitensi che, uniti, stanno lottando per i loro diritti e per il loro lavoro.

Da parte nostra auspichiamo che questa dura lotta fatta di scioperi che per oltre un mese e mezzo non hanno lasciato tregua ai tre super padroni dell’automotive negli Stati uniti, possa fare da esempio agli operai italiani: quando si lotta e si lotta uniti, si vince!

Firenze, 18 novembre 2023

Approvata all’unanimità dalla 6° Conferenza nazionale del Fronte di Lotta No Austerity