Intervento dei GPI di Milano al Coordinamento nazionale del Flna
Buongiorno a tutte e tutti,
vi ringraziamo per aver organizzato questo momento e per averci invitato.
Come Giovani Palestinesi d’Italia riteniamo impossibile comprendere quanto accade in Palestina e in tutta la regione senza considerare cosa accade qui, in Occidente, in Italia, e viceversa non possiamo comprendere le politiche italiane se non si guarda al contesto di guerra globale in cui si inseriscono
E per cominciare questa analisi voglio ripartire da Gaza, una striscia di terra di 365 Km2, più piccola della provincia di Monza e Brianza, ma che resiste contro un nemico, l’esercito che si considera il più tecnologicamente avanzato al mondo di “Israele” appoggiato dagli Stati Uniti, la Nato, l’Unione Europea. Eppure da Gaza, da tutta la Palestina che rifiuta l’occupazione, si è aperta una crepa nel sistema. La resistenza palestinese ha aperto una crisi, ha fatto cadere ogni maschera di legittimità, di invincibilità, del sionismo e ne ha mostrato la sua vera natura. La risposta del sionismo è stata quella di attuare un genocidio, che a Gaza non è mai terminato, nonostante sia oggi sempre più oscurato dai media e nascosto sotto il tappeto dei cosiddetti “accordi di pace”. Ma lla resistenza palestinese non ha mai accettato le condizioni della controparte: il disarmo, la cessione della propria terra ad un Board of Peace che parla di ricostruzione di Gaza, ma in realtà si tratta di una riprogettazione del territorio secondo gli interessi degli investitori, per renderla un resort per turisti e multinazionali.
Ma il mondo intero ha visto cos’è il sionismo e come esso è lo specchio del potere nei nostri tempi. E il sionismo è sì un’occupazione coloniale della Palestina e del Levante, basata su pulizia etnica e genocidio. Ma è anche un sistema globale, fatto di commercio, investimenti, diplomazia e propaganda. Ed il sionismo è un progetto espansionista che ha bisogno della guerra. La guerra che si espande in Libano, dove l’attacco ha assunto una forma genocidaria, distruggendo interi villaggi, infrastrutture, sfollando e martirizzando la popolazione. Pochi giorni fa l’entità sionista ha ordinato l’evacuazione di 800.000 persone a Beirut. E si espande in Iran, dove l’attacco imperialista a guida israelo-statunitense mira ad abbattere la più grande potenza nella regione in grado di contrastare i loro interessi, sia dal punto di vista militare e geopolitico, sia dal punto di vista economico, in particolare per il commercio dei combustibili fossili.
La guerra non è dovuta alle velleità arbitrarie di qualche re, ma è la necessità di un sistema che ha bisogno della guerra per mantenersi in vita, per espandere i mercati all’infinito, per dividere e piegare chi resiste, per spaventare e reprimere il dissenso interno, per sottrarre sistematicamente terre e risorse a chi le terre le abita, le coltiva, facendo spazio alle
lunghe mani dei grandi investitori. Questo sistema è l’imperialismo capitalista, che vede nel sionismo la sua punta di diamante.
Ma diverse forme di resistenza all’imperialismo del capitale continuano e si riproducono anche dall’altra parte del mondo. In Bolivia, dal 6 maggio i sindacati hanno lanciato uno sciopero generale che continua ancora oggi, contro le politiche neoliberiste del governo di Rodrigo Paz, alleato degli stati uniti. Paz ha adottato le politiche di austerity del FMI, spinto per le privatizzazioni, deregulation, la svendita di terre indigene alle multinazionali, chiuso i rapporti con Cuba, NIcaragua, Venezuela, Sahara Occidentale, ristabilito quelli con Stati Uniti e “Israele”. La classe lavoratrice e indigena boliviana sciopera da un mese, ha eretto barricate nelle strade. Gli Stati Uniti, sulla scia di decenni di interferenze, colpi di stato e governi fantoccio, ha introdotto gli agenti della DEA nel paese e ha ordinato al governo boliviano di imporre la legge marziale. Perché la lotta dei lavoratori boliviani è molto pericolosa ai loro interessi, per le terre e in particolare le miniere di Litio, e deve essere repressa nel sangue.
L’imperialismo, dicevo, ha bisogno di guerra. E la guerra la costruiamo e la paghiamo noi qui in Italia. La paghiamo non solo con le nostre tasse, i nostri salari, la riduzione del potere di acquisto a causa dell’inflazione, ma la paghiamo con le nostre vite, con il nostro sudore, con la nostra frustrazione quotidiana di sapere che passiamo le nostre ore di veglia a lavorare per i profitti di chi lucra sul sangue e sulla miseria dei lavoratori nel mondo. La paghiamo con la compressione dei servizi pubblici, del welfare, e dei diritti frutto di decenni di lotte che vengono sempre più ridotti, a colpi di decreti e finanziarie, perché sono un ostacolo ad una società militarizzata. E i piani di riarmo europei prospettano che questa è la direzione che ci viene imposta per i prossimi decenni.
Un ulteriore elemento importante nell’implementazione dell’economia di guerra è la recente delibera da parte della commissione di garanzia, a marzo di quest’anno, che ha reinterpretato la legge 146 del 1990 includendo il settore della logistica tra i cosiddetti “servizi essenziali”, soggetti quindi a norme più stringenti per quanto riguarda il diritto allo sciopero, come l’obbligo di 10 giorni di preavviso, l’obbligo di attivare la procedura di congelamento, con lo scopo di depotenziare lo sciopero, dando l’opportunità alle aziende di riorganizzare le spedizioni e prevenire potenziali disturbi. Non è un caso che questa interpretazione arrivi oggi, a 36 anni dalla promulgazione della legge, per garantire il funzionamento di un settore essenziale per la macchina bellica, il sistema circolatorio del commercio che lega materialmente il nostro territorio al genocidio in corso dall’altra parte
del mediterraneo, trasportando armi e carburante all’entità sionista, componenti di caccia F-35 dalla Lombardia al Texas a “Tel Aviv”. Che trasporta il petrolio greggio dal Brasile e dal Venezuela all’entità sionista, dopo averlo raffinato per una grande parte in Sardegna, dalla Vitol. E non è un caso che questa delibera arrivi dopo numerosi e ripetuti blocchi di porti, strade, stazioni, interporti, in un settore combattivo che, quando agisce numeroso e compatto, è in grado di fermare il paese, e fermare gli ingranaggi della guerra.
Proprio per questo ribadiamo che la lotta organizzata della classe lavoratrice è l’unico strumento che abbiamo per contrastare gli interessi padronali imperialisti. Per questo bisogna ribadire che la causa palestinese non è una causa umanitaria, ma è una causa che ci lega in una lotta comune contro un nemico comune, che non è un gesto di solidarietà simbolica, ma è una lotta attiva di dignità, per il futuro che vogliamo lasciare ai nostri figli e nipoti. Non abbiamo bisogno di scioperi di solidarietà per il popolo palestinese a scapito della nostra lotta qui come lavoratori e lavoratrici. Al contrario, abbiamo bisogno che la solidarietà e il sostegno alla causa palestinese sia una benzina che alimenta il fuoco delle lotte qui in italia.
La solidarietà con il popolo palestinese si misura su una sola domanda: la nostra azione cambia qualcosa per chi resiste sotto le bombe? Cambia qualcosa nei rapporti di forza reali tra chi sostiene il genocidio e chi lo subisce? Esiste una parte del cosiddetto campo progressista italiano che vorrebbe abbracciare la causa palestinese svuotandola del suo contenuto antimperialista, che vuole la bandiera senza l’analisi materiale, la commozione senza la responsabilità, la solidarietà senza il conflitto reale con i poteri che sostengono il genocidio. Una solidarietà che non disturba nessuno e che quindi non cambia niente, perfettamente compatibile con lo stesso sistema che quel genocidio lo permette, lo finanzia e lo arma.
Questo svuotamento del contenuto politico va di pari passo con il tentativo di isolare la causa palestinese dalla lotta globale per la liberazione dei popoli dal sistema capitalista. Si genera così un paradosso: mentre i palestinesi e le organizzazioni della diaspora chiedono al mondo di connettere la loro lotta con ogni battaglia per cambiare lo stato di cose presente — perché il miglior supporto alla Palestina è lottare per sé stessi e ovunque, per il salario, per la dignità, contro ogni forma di sfruttamento e oppressione — il campo cosiddetto “progressista” tenta sistematicamente di ridurre la lotta per il popolo palestinese a una lotta “solo” per il popolo palestinese. il popolo palestinese non ha
bisogno di testimoni commossi né di salvatori che vogliono sentirsi bene con la propria coscienza. Solo combattendo questo sistema dall’interno potremo sostenere concretamente la resistenza del nostro popolo.
Tutto questo è già stato inquadrato dall’appello che i sindacati palestinesi hanno lanciato già a ottobre 2023, e che ancora oggi ci indica la continuità di azione tra le nostre lotte in Italia e la resistenza del popolo palestinese, che ricordo:
“Mentre Israele intensifica la sua campagna militare, i sindacati palestinesi chiedono alle loro controparti a livello internazionale e a tutte le persone con coscienza di cessare ogni forma di complicità con i crimini di Israele e interrompere urgentemente il commercio di armi e ogni forma di sovvenzionamento e ricerca in ambito militare. Il momento di agire è adesso – le vite dei palestinesi sono appese a un filo.
Questa situazione di genocidio imminente può essere evitata solamente attraverso un aumento di massa delle attività di solidarietà internazionale con il popolo palestinese che possano mettere un freno alla macchina da guerra israeliana. Vi chiediamo di agire immediatamente – ovunque siate nel mondo – affinché si prevenga un ulteriore armamento di Israele e l’operato delle aziende partecipi dell’assedio.
Ci ispiriamo alle lotte sindacali del passato in Italia, Sud Africa e Stati Uniti e da simili mobilizzazioni internazionali contro l’invasione italiana dell’Etiopia negli anni ‘30, la dittatura fascista in Cile negli anni ‘70 e ogni altro esempio in cui movimenti di solidarietà internazionali abbiano limitato l’ampiezza delle brutalità del colonialismo.
Chiediamo ai sindacati nelle industrie pertinenti:
1. Di rifiutarsi di costruire armi destinate a Israele.
2. Di rifiutarsi di trasportare armi in Israele.
3. Di adottare risoluzioni a tale scopo all’interno delle proprie organizzazioni.
4. Di fare pressione sul proprio governo al fine di porre un fermo al commercio di armi con Israele e, nel caso degli Stati Uniti, al sovvenzionamento diretto.
Lanciamo questo appello nonostante i tentativi di proibire e mettere a tacere ogni forma di solidarietà con il popolo palestinese. Vi chiediamo di alzare la voce e di agire di fronte all’ingiustizia, ricoprendo il ruolo storico delle organizzazioni sindacali. Lanciamo questo appello non solo per la nostra consapevolezza che la lotta palestinese per la giustizia e la
liberazione sia determinata a livello regionale e internazionale, ma per la nostra convinzione che essa sia anche strumentale alla liberazione di tutti gli emarginati e gli sfruttati della terra.”

